L’alienazione e la solitudine dell’uomo contemporaneo attraverso il teatro di Fabrice Murgia

Mettere in scena, attraverso un teatro che si potrebbe definire “visuale”, quella solitudine tutta contemporanea che l’individuo vive in una società dove regna l’iper-comunicazione virtuale. Utilizzare le macchine per esemplificare la disumanizzazione contemporanea e, quindi, la tecnologia come elemento di scrittura scenica. Raccontare come l’esilio possa essere sì fisico e visibile, generato dall’emarginazione, ma anche interiore e invisibile, percepito tramite i nuovi media. È questo il filo rosso che attraversa l’opera di Fabrice Murgia.

Giovane artista belga, nato nel 1983 a Verviers, studia recitazione al Conservatorio di Liège con Jacques Delcuvellerie. Fondata la compagnia Artara, nel 2009 firma il primo spettacolo come autore e regista, Le Chagrin des ogres, diventando artista associato del Teatro Nazionale di Bruxelles. In seguito mette in scena i due spettacoli LIFE:RESET / Chronique d’une ville épuisée, et Dieu est un DJ, adattato dal testo omonimo di Falk Richter. Nel 2012 è la volta di Exils, che inaugura il progetto europeo Cities on Stage, il solo lavoro visto in Italia al Napoli Teatro Festival, e anche di Les enfants de Jéhovah e di Ghost Road. Nel 2014 Murgia approda al Festival d’Avignon con la nuova pièce Notre peur de n’être. È una delle poche presenze belgo-francofone recenti nella sezione IN del Festival.

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“Ho iniziato come attore e oggi scrivo da attore, vivendo i sentimenti del personaggio. Ho scoperto che l’attore potrebbe essere paragonato a una macchina, come una macchina a un essere vivente. Ogni elemento – il video, il suono, la luce – potrebbe essere un braccio o una gamba” racconta Murgia, sottolineando come la sua scrittura sia aggrappata al reale. L’artista cerca di far rivivere, nello scambio tra attore e spettatore, quel rapporto che si instaura nelle relazioni su internet. “Spesso i miei personaggi sono rinchiusi in scatole, delle specie di vivai, esposti allo sguardo dello spettatore, e quello che ci dicono assomiglia a delle bottiglie gettate in mare”.

Nel suo teatro sensoriale, dove l’apparato scenografico, attraverso luci e musiche, genera lo spazio emotivo dentro al quale l’attore si muove, il testo è spesso lasciato in secondo piano rispetto all’azione. Con l’ultima opera, Notre peur de n’être, dove si confronta con il pensiero del filosofo Michel Serres, Murgia guarda con nuovi occhi alle mutazioni derivate dalla comunicazione contemporanea, facendo sì che i personaggi non siano più isolati per imposizione, ma scelgano la loro solitudine. In attesa delle future opere di questo promettente artista appena trentenne, che rinnova le speranze verso la nuova generazione del teatro europeo, oggi alle 18 lo vedremo ricevere il prestigioso Leone d’Argento per l’innovazione teatrale della Biennale Teatro di Venezia a Ca’ Giustinian.

[Francesca Giuliani, Iante Roach]

[ph Ilaria Scarpa]

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