Ritorno al presente: rilettura dei classici

Classici o contemporanei? È uno slalom divertente, quello proposto dalla Biennale Teatro 2014. I testi, si sa, sono cosine strane: più son difficili, più sembrano appetibili per registi e drammaturghi. Ne sa qualcosa il direttore artistico Àlex Rigola, che ha messo in scena nientemeno che 2666, il romanzo fatto di cinque romanzi di Roberto Bolaño. Ma ne sa molto anche Antonio Latella che – tra i suoi tanti allestimenti – ha trasposto per il palcoscenico un romanzo difficile come Le Benevole, di Jonathan Littell. E certo non si può negare una buona dose di visionarietà al maestro Lluis Pasqual: nel 1986 mise in scena, per la prima volta, El Publico, opera scritta nel 1930, e ritenuta irrappresentabile, da Federico García Lorca.

Ci vuole coraggio, dunque, per scavallare il muro del “classico”, per inventare la tradizione, per allargare le maglie strette del repertorio. Eppure i “classici” suscitano ancora molta curiosità, si svelano come eternamente aperti a nuove e possibili interpretazioni, raccontano – felicemente e facilmente – il presente meglio di tanti altri. Dunque, Korsunovas torna a confrontarsi con Il Gabbiano, in una stagione che vede, almeno in Italia, una grande attenzione per il teatro di Checov. Pasqual propone anche a Venezia il suo viaggio nell’universo di Lorca, Ravenhill (autore meraviglioso e sempre estremamente innovativo) si confronta con Ibsen; Ricci e Forte intraprendono un viaggio verso Eschilo.

 

Ma alla Biennale sono presenti anche autori-registi che declinano al meglio la creazione di quella che – sbrigativamente – definiamo drammaturgia scenica. Autori che si assumono l’onere di una scrittura profondamente ancorata all’attualità, all’oggi. Marco Calvani, che ha saputo raccontare la guerra in Cecenia; Nathalie Fillion, che ha soffermato il suo sguardo sulle conseguenze intime, private, della crisi economica in Francia; Fabrice Murgia, il Leone d’Argento 2014, che ha portato ad Avignone la sua riflessione sull’identità. Accanto a loro, un regista-autore come Falk Richter, capace di attraversare classici e contemporanei con una propria, nitida, cifra compositiva; La Zaranda che nelle sue produzioni guarda alle tradizioni popolari spagnole; Neil LaBute, mago della sceneggiatura made in Usa, oltre che del teatro di ricerca; Agrupaciòn Sr. Serrano, gli spagnoli radicalmente trasversali per mondi e codici espressivi. Su tutti occhieggia sornione Jan Lauwers, forte del suo Leone d’Oro: con la sua sistematica contaminazione delle arti, degli stili, dei codici, il regista fiammingo da buon contemporaneo, è sempre più un classico.

 

[Andrea Porcheddu]

[ph. Futura Tittaferrante]

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