6 a.m. How to disappear completely – Blitz Theatre Group

Nella dialettica inesausta tra il classico e il contemporaneo, delle cui evoluzioni legate a Biennale College già abbiamo avuto modo di occuparci, molto teatro di questi tempi ha provato a lavorare su una via spuria, ibrida, contemporanea nella misura in cui accoglie non solo la fine delle Grandi Narrazioni annunciata dal Lyotard di La condizione postmoderna ma anche la successiva caduta della stessa piccola narrazione postmoderna. Questa via è comune a molte arti, arti che nelle sue intricate svolte vi si incontrano e percorrono un tratto di strada insieme. È una via dai tanti toponimi, da “montaggio” a “citazione”, da “multimediale” a “contaminazione” e “metalinguismo”.

La produzione del greco Blitz Theatre Group è chiaramente collocabile all’interno di questa temperie estetica. Ci sono fratture tra realtà e finzione in un contesto di visione mediata (Cinemascope) o la Storia che scorre su un palco ridotta a residuali grumi di significato, a icone e momenti catartici ready-made (Guns!Guns!Guns! e Galaxy): c’è soprattutto l’indagine declinata in maniera multiforme e multimediale in una ricerca comune che crea, costruisce, interpreta, vive la frattura dell’esperienza a cui tutti andiamo oggi incontro: “tutti sono uguali, ogni cosa è sottoposta al dubbio, niente viene dato per scontato, nel teatro come nella vita”.

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Questo contesto emerge anche nell’esperienza che la compagnia ha portato avanti nella sua residenza veneziana, dove il Classico come uno sparo fa drizzare le orecchie al pubblico: Vanja (Giorgos Valais), Astrov (Christos Passalis) e Sonja (Aggeliki Papoulia), i nomi dei tre personaggi muti che si incontrano sul quadrato del Teatro alle Tese. Lo studio 6 a.m. How to disappear completely dovrebbe diventare la prima parte di un progetto più ampio, il cui debutto è previsto ad Atene fra qualche mese. La scena è spoglia, un solo quadrato al cui centro si alternano i tre attori. Si muovono poco, non parlano per lunghissimi minuti. Solo nella seconda parte interagiscono l’uno con l’altra. I nomi cechoviani vengono assegnati dai sovratitoli, su fondo nero, proiettati alle spalle della scena. Si sottotitola un silenzio, si usa uno strumento dedicato alla traduzione per tradurre un’assenza e una ferita. La sincronizzazione è scivolosa e imperfetta. I tempi tra azione e descrizione sono calibrati, ma una vera sintonia manca. Lo scarto è evidente, il testo costruisce un significato che l’azione contesta, la stessa agognata rottura di quel silenzio non scioglie il dubbio, anche perché si parla quella lingua insieme familiare e arcana che è il greco e quando si azzarda una canzone essa è rotta e balbettata (Aggeliki Papoulia è la prima a spezzare il silenzio con una spezzata Le temps de l’amour di Françoise Hardy), o urlata e disperatamente inopportuna. È difficile, oltre a essere probabilmente inutile e sicuramente superbo, giudicare in senso proprio venti minuti di studio. Il senso è nella possibilità di assistere al labor limae degli artisti e riconoscere in pochi tratti abbozzati i riflessi delle luci che tanto teatro contemporaneo, raccolto tra le mura dell’Arsenale, lancia al mondo.

[Giacomo Lamborizio]

[ph Futura Tittaferrante]

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