Intervista a Eusebio Calonge (La Zaranda)

La Zaranda (letteralmente, il setaccio) è una compagnia andalusa, tra le più longeve di Spagna e d’Europa: attiva da oltre trentotto anni sulla scena internazionale, particolarmente in Sud America, la formazione è da sempre fedele ad una poetica in equilibrio tra tradizione – antropologica e teatrale – dell’Andalusia e una surrealtà spesso straniante ed amara, che si insinua in impianti drammaturgici dominati dai temi caducità e dalla constatazione tragicomica del nulla che è la vita umana, particolarmente davanti alla malattia, al decadimento fisico e alla morte. Azzardando un paragone un po’ iperbolico d’atmosfera iberica, La Zaranda propone quasi un Barocco à la Buñuel. Nelle opere dell’ensemble, da Mariameneo Mariameneo (1985) a Cuando la vita eterna se acabe (1997) fino ai recenti Futuros Difuntos (2008) e a El régimen del pienso (2012), si compie quindi una calibrata mediazione tra i grandi temi trasversali ai classici ed un linguaggio drammaturgico e scenico contemporaneo, non estraneo a certo teatro dell’assurdo. A Venezia, il gruppo presenterà El grito en el cielo, studio realizzato nell’ambito della Biennale Teatro. Abbiamo incontrato il drammaturgo e autore Eusebio Calonge, per approfondire l’esperienza veneziana de La Zaranda.

Cos’è per voi una residenza: come lavorate, che metodo di lavoro utilizzate?

Quello che una residenza implica sempre è una sfida, poiché si crea in un ambiente differente, distinto dalla qualità dell’ambiente in cui si lavora normalmente. Chiaramente ciò fa parte del percorso che permette di entrare nel rumore del mondo. Siamo molto contenti e pieni di aspettative verso ciò che accadrà. Quanto al metodo, credo che quello de La Zaranda sia di non averne nessuno: la creazione è come un volo e il volo non ha mete precise, perciò è difficile, quando si inizia a creare, individuare un cammino e percorrerlo, perché non sappiamo dove ci porterà. E non sappiamo nemmeno dove si trova il punto di partenza. Si può dire piuttosto che proviamo a costruire un cammino. È un cammino sempre diverso, che non può corrispondere a una forma fissata, che evolve in base alla traiettoria del volo. Il nostro metodo di lavoro è la ricerca di ciò che il teatro può offrire, quando ci sorprende, quando ci rivela ciò che non avremmo pensato, ciò che non ci saremmo aspettati. L’inaspettato ha sempre grande importanza: è ciò che il teatro ci segnala, che è molto di più di quanto si possa raggiungere con il proprio pensiero individuale.

Come si sviluppa il lavoro condotto in questa residenza?

Credo che ciò che abbiamo pianificato inizialmente rappresenti un cammino parallelo rispetto al nostro lavoro. All’inizio delle prove per questo studio eravamo ‘perduti’ senza sapere esattamente che strada percorrere attorialmente, drammaturgicamente; tuttora non sappiamo esattamente dove ci condurrà il tema. Ci siamo però resi conto che il punto di partenza è il concetto che volevamo esprimere: esso si traduce nei personaggi che sono smarriti, che tentano di scappare da una situazione che li contiene, li include e li imprigiona. Completeremo questo studio dandogli la forma di un vero e proprio spettacolo presentandolo al festival catalano Temporada Alta il prossimo novembre. Questi giorni di lavoro a Venezia sono i primi passi.

Un aggettivo per descrivere cosa deve avere un attore per poter lavorare con La Zaranda?

Penso la capacità di abbandonarsi, di dimenticarsi di sé: nella misura in cui un attore si dimentica di sé, trova autenticamente il personaggio che deve interpretare. Questa caratteristica gli dà la fede e l’umiltà. Un attore per lavorare con noi deve possedere queste qualità: la fiducia in ciò che fa e l’umiltà per confrontarsi con l’opera, per abbandonarsi ad essa.

 Com’è la situazione teatrale nel suo Paese e cos’è successo di rilevante nell’ultimo anno?

Credo che il teatro sia qualcosa di più grande delle frontiere e dei Paesi. Non sono molto al corrente di ciò che succede nel mio Paese, anche perché La Zaranda è una compagnia anomala, che ha messo radici al di fuori della Spagna, nelle Americhe. Viviamo una situazione di misconoscimento nel nostro Paese, dove d’altra parte il teatro sorprende molto poco: è una forma espressiva sottomessa alle direttive statali, ai cartelloni, molto lontana dalla libertà rispetto ai tentacoli del potere che contraddistingue il teatro autentico.

Che tipo di comunità è quella del teatro?

Ciò che differenzia il teatro e chi lo fa da ogni altra forma d’arte e da ogni altro tipo di artista è precisamente il fatto di lavorare in comunità. Un drammaturgo, un attore non è nessuno senza una compagnia. Questo lavoro in comunità è la grande differenza. Lavoriamo e creiamo insieme. Questo rende il mondo del teatro allo stesso tempo estremamente attaccabile: se la comunità non è coesa, è debole, non si dà il teatro ma un’usurpazione del termine ‘teatro’, in balia di interessi economici o politici, una forma di intrattenimento culturale che sembra vagamente teatro, ma non lo è. Senza comunità, senza compagnia, non esiste teatro e le forme che lo imitano senza rigenerarne l’essenza sono solo manipolazioni del potere. Le compagnie oggigiorno sono poche perché non interessa a nessuno – o quasi – che ci sia il teatro.

 Perché fate teatro?

Questo è un grande mistero: non mi sono mai imposto di fare teatro, la vocazione la si può incontrare lungo il cammino. Oggi continuiamo a farlo per molti motivi: perché il teatro è un veicolo per offrire la nostra creazione al mondo ma anche perché forse è l’unico mestiere che sappiamo fare! Credo però che ciò che davvero ci spinge a continuare sia la possibilità del volo – e della caduta, se le ali non crescono – rappresentato dall’esperienza del teatro, che è sempre un punto di partenza.

[Giulia Morelli]

[ph Ilaria Scarpa]

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