Intervista a Gabriela Carrizo

Gabriela Carrizo, la danzatrice e coreografa argentina che ha fondato la compagnia Peeping Tom insieme a Franck Chartier a Bruxelles nel 2000, è a Venezia in residenza. Il suo studio -2/insomnio va in scena il 7 agosto alle 20 al Palco F delle Corderie dell’Arsenale.

Racconta la sua esperienza della residenza alla Biennale a BiennaleTheatreCommunity?

È la prima volta che mi viene proposta una residenza a Venezia, gli anni scorsi ho tenuto laboratori che terminavano con una presentazione aperta al pubblico. In questo caso sto lavorando sia con artisti coi quali ho già collaborato, sia con attori che provengono dai miei laboratori: è una bella occasione per riunire, per la prima volta, un gruppo di attori con i quali sento un legame particolare. Al momento non potrei lavorare con loro tramite Peeping Tom. Dato che i miei colleghi sono attori piuttosto che danzatori, cerco di congiungere stati fisici a movimenti. Abbiamo già realizzato un piccolo work-in-progress a Bruxelles, nel quale abbiamo esplorato il tema della morte. Qui abbiamo l’opportunità di continuare questa ricerca, investigando l’insonnia. Indaghiamo infatti l’assenza di sonno e la sofferenza che ne consegue, l’impossibilità di morire dovuta a uno stato di veglia interminabile. Una residenza di questo tipo, che dura cinque giorni, è un’esperienza molto singolare per me: le mie creazioni sono il risultato di un lungo processo, che attraversa numerose tappe. Quindi a Venezia sfioriamo appena qualcosa, e dobbiamo trovare una forma per poterlo presentare al pubblico.

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Crede che il lavoro svolto qui a Venezia potrà svilupparsi?

Non so se continuerò a lavorare con questo gruppo di attori, ma l’embrione per poter proseguire la ricerca è indubbiamente presente. Spesso nelle mie creazioni lavoro su idee che non appaiono nel primo spettacolo per il quale erano state individuate, ma che tuttavia maturano e si presentano nella pièce successiva. Ho bisogno di tempo, per trovare i dettagli giusti sui quali soffermarmi. È come uno studio archeologico, bisogna cogliere solo alcuni particolari e svilupparli, è un’azione di pulizia. Non posso ancora dire che cosa ho trovato, cosa pianterò altrove: è un capitolo della ricerca per un’opera che voglio sviluppare in futuro, che ho iniziato con la un’indagine sui funerali a Bruxelles.

Come mai ha quasi smesso di danzare, e ha deciso di concentrarsi sulla coreografia?

Ho danzato per anni con Peeping Tom, interpretando le mie stesse coreografie. Da qualche anno, ho deciso di rimanere fuori dalla scena – anche se a volte salto dentro uno spettacolo per creare qualcosa di necessario, com’è successo l’anno scorso alla presentazione del laboratorio a Venezia, come potrebbe succedere alla fine della residenza. Ho smesso di danzare per motivi organizzativi e familiari, anche per via del fatto che viaggiamo moltissimo in tournée. Quando danzavo, i miei movimenti erano estremi, altamente fisici e spesso anche dolorosi. La danza non mi manca, è bello mantenere un punto di vista esterno. Lavoriamo molto con le immagini, in modo quasi cinematografico. Cominciamo sempre da situazioni reali, cercando di rivelare gli esseri umani, i loro pensieri e le metamorfosi che subiscono, trattenendoci su dettagli che solitamente non vengono osservati. Cerchiamo di sopprimere i virtuosismi.

 Come mai ha scelto Bruxelles come base?

Ci sono arrivata all’inizio degli anni ’90, per coincidenza. Sono rimasta là perché al tempo c’era un’enorme ondata di teatro e danza in Belgio, con l’emergere della scena fiamminga. Ho collaborato con Alain Platel e con la Needcompany… ho assistito a una grande crescita, quasi priva di pregiudizi: si stavano sviluppando esperienze molto eterogenee. Non so dire se sia diverso adesso perché temo che la mia percezione sia cambiata. Da giovane vai a vedere molti spettacoli, mentre quando hai modo di iniziare un lungo processo creativo il tuo sguardo diventa più introverso.

Com’é la Biennale Teatro di Venezia?

È un’esperienza meravigliosa, Àlex [Rigola] ha fatto un lavoro fantastico, dandoci ottime opportunità, come creare una trasmissione del nostro lavoro tramite i laboratori che teniamo – anche se continuiamo a interrogarci sulle nostre pratiche artistiche. Lavorare con la propria compagnia è come cucinare nella propria cucina. Per dare vita a uno spettacolo all’esterno, è necessario trovare una nuova modalità di ricerca. Adoro poter trasmettere gli strumenti che ho acquisito, soprattutto nell’eventualità che possano aiutare altri. Mi piace anche la combinazione di laboratori, spettacoli e incontri, la vicinanza a grandi artisti e a giovani studenti.

 [Iante Roach]

[ph ]

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