Residente a…?

Sul tema delle “residenze teatrali” si fa gran discutere in Italia. Cosa sono? Tutti ne parlano ma nessuno lo sa. Quel che possiamo dire, sostanzialmente, è che sono uno spazio di creazione: gira e rivolta sempre lì si arriva, al lavoro artistico, ovvero alla possibilità per un regista o una compagnia di avere un luogo, per un periodo più o meno lungo, a disposizione per provare. Provare cosa? Tutto e niente. Procedere per tentativi, per intuizioni o folgorazioni, per approssimazioni successive. Le residenze si sono moltiplicate in Italia: alcune regioni italiane ne hanno fatto un sistema virtuoso (penso alla Puglia o alla Toscana), altre ci stanno provando. Ben ha fatto, dunque, la Biennale Teatro ad accogliere questa tendenza ampiamente condivisa e aprire alle ospitalità nella durata. È proprio nello spirito della Biennale College trasformare questa isola fatta di isole, che è Venezia, in un luogo dove trasmettere e arricchire il sapere, dove far incontrare maestri e allievi, dove dare forza alla creatività in divenire. Ma resta aperta la domanda di partenza: a cosa servono le residenze? Il pensiero comune direbbe, dunque, ai giovani artisti. E allora chi sono i giovani artisti? Quello delle residenze, insomma, è un gioco di scatole cinesi al contrario. La più piccola contiene la più grande. Un piccolo problema ne svela un altro, più grande. Perché di fatto arriviamo a chiederci come si produce oggi, il nuovo teatro: da chi viene prodotto e come? Cosa crea, oggi, il performer? Una performance – appunto – per definizione unica e irripetibile. La retorica, la meta-narrazione, della performance ha avuto il ruolo di balsamo psicologico al fatto che si moltiplicassero gli eventi – in studi, stanze, episodi, capitoli, tappe – che sono figli di un sistema sballato che impone presenzialismo e ipercreatività, soprattutto a strutture fragili, nuove, come i gruppi giovani. Ogni festival, ogni rassegna, ha troppo a lungo chiesto la “prima”, l’originalità, la nuova creazione, l’evento che tutto e tutti travolge. Dunque, il sistema della distribuzione si è mutato in un faticoso sistema di debutti secchi, di novità ad ogni costo, di capolavori necessari. In sostanza, dal punto di vista economico, la performance è accettabile e valutabile solo in virtù della sua straordinarietà. Ossia, detta in soldoni: guadagni una volta e basta, non capitalizzi l’investimento e guai a te se esci fuori dal recinto dell’unicità dell’evento. A fronte di tutto questo, il sistema delle residenze potrebbe essere l’avvio di un tempo diverso di produzione, più sereno e più adatto ad una maturazione effettiva, efficace del prodotto artistico, soprattutto per le nuove generazioni, proteggendole dalla voracità di un sistema (soprattutto per la ricerca) decisamente fagocitante. A trarre linfa dalle residenze della Biennale Teatro sono artisti già noti – Blitz Theatre, La Zaranda, Sr. Serrano, Ricci/Forte, Carrizo – che fanno tappa a Venezia nella prospettiva di tornarvi anche nel 2015. Assieme a loro, anche un progetto curiosissimo come AdA (Author Directing an Author), che allinea tre diversi autori-registi, come Marco Calvani, Neil LaBute, Natalie Fillion. E mentre Àlex Serrano afferma che ogni spettacolo del gruppo nasce da un articolato sistema di residenze, è la scrittrice francese a non nascondere la sua sorpresa: come si fa a lavorare a Venezia? Si chiedeva incredula e divertita. Essere residenti alla Biennale significa anche far i conti con l’acqua che tutto circonda, con il caldo afoso, con le zanzare che al tramonto attaccano senza tregua. Residenza è una sfida produttiva, un combattimento per affrontare quel piccolo, e irrisolto, mistero che si chiama creazione. Agli artisti il compito, non facile, di farne tesoro.

 [Andrea Porcheddu]

[ph Ilaria Scarpa]

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