Intervista a Stefano Ricci di Ricci/Forte

Stefano Ricci e Gianni Forte tornano a lavorare sui classici. Dopo Troia’s Discount e Ploutos, nella residenza di Biennale College Teatro 2014 si dedicano alla riscrittura di Eschilo con Orestea, Sangue o Stato: traiettorie verso Eschilo. Il 7 agosto presentano al pubblico il risultato di questi giorni di residenza. Stefano Ricci risponde a nome della compagnia alle domande che poniamo agli artisti residenti.

Cos’è per voi una residenza, come lavorate e che metodo di lavoro utilizzate?

Sono anni che lavoriamo esclusivamente in residenza, costruiamo così le nostre performance. Generalmente la residenza è un momento di ascolto e di ritiro, sia con gli elementi della nostra compagnia che con eventuali nuovi arrivi. Anche in questo caso c’è un nuovo elemento. Ci piace creare attrito, un cortocircuito con i nuovi arrivati, che portano nuova linfa al processo di studio. È fondamentale avere un tempo, uno spazio protetto dove potersi interrogare, dove provare a dare un senso all’indagine di quel momento.
In questo caso, veniamo già da una residenza, perché siamo in fase di creazione: abbiamo iniziato una settimana fa e ora consumiamo questi altri sette giorni a Venezia.
Non saprei definire il nostro metodo. Si basa sull’ascolto dell’altro, si lanciano delle traiettorie, che non sempre vanno a buon fine. Come in tutti i gruppi si cerca, si prova a tracciare dei segni a terra, dei segni nell’aria e si prova a percorrerli insieme. A volte falliamo, a volte gioiamo del risultato ottenuto. È il viaggio che è fondante per la nostra creazione: è un viaggio in cui tutti quanti ci affidiamo l’uno all’altro e insieme proviamo a percorrere una strada. Il primo giorno non ci sono testi scritti, non c’è nulla, c’è solo la fiducia. La fiducia è quella che, al di là dello spazio, ci accompagna e fa da collante per poter poi creare.

Come si svilupperà il lavoro?

Lo spettacolo debutterà ad ottobre al Romaeuropa Festival. Qui presentiamo solo delle suggestioni. Non costruiamo una vera e propria performance in questa residenza, proprio per mantenerne integra la natura di spazio d’ascolto. Lo spettacolo, la creazione, verrà presentata per la prima volta in anteprima a Roma.

Un aggettivo per descrivere cosa deve avere un attore per poter lavorare con voi?

Forse come dicevo prima: generosità, fiducia, capacità di fidarsi e soprattutto volontà di riuscire a sentire il tempo presente. Credo siano questi i rudimenti iniziali che vengono richiesti.

Con quale degli altri artisti presenti alla Biennale Teatro vi piacerebbe collaborare?

È difficile rispondere, perché lavoriamo tutti insieme e contemporaneamente. Non riusciamo a vedere gli altri lavori, soprattutto quelli di chi non conosciamo. Qui accanto ci sono i Peeping Tom: stimiamo moltissimo il loro lavoro. Confrontarsi con una realtà che fatica, che prova a costruire in questo tempo presente sicuramente è un valore che arricchisce.

Com’è, secondo voi, la situazione teatrale in Italia e cos’è successo di rilevante nell’ultimo anno?

Non ho una grande stima di quello che sta accadendo in Italia in questo momento. Si sta riformando un medioevo culturale, mi fa un po’ paura. Non si ascolta più quello che è il teatro contemporaneo. D’altra parte però, noi abbiamo la fortuna – o più che altro abbiamo lavorato in questo senso – di uscire dai confini nazionali e quindi di confrontarci con l’estero. L’Europa, da un punto di vista culturale, continua a fornire ancora molti mezzi e la possibilità a gruppi come il nostro di continuare a crescere, a produrre. Si rispetta il lavoro che si fa. Non si diventa un mero oggetto di commercio, come invece purtroppo accade in Italia, tra l’altro sempre meno, per tutti i tagli sostanziali che sono stati fatti. Tutto il teatro italiano – non solo quello di ricerca – ne soffre tantissimo. Chi può, riesce a trovare delle formule e delle ipotesi tracciabili fuori dai nostri confini.

Che tipo di comunità è quella del teatro?

Non credo che il teatro sia una comunità, credo sia una moltitudine di solitudini. Una comunità è basata sulla compattezza, sulla condivisione. Non ho mai sentito, a parte il clientelismo, un senso reale di appartenenza tale da poter definire il teatro una comunità.

Perché fate teatro?

Me lo domando anche io tutti i giorni. Sto cercando una risposta.

[Alessia Calzolari]

[Ph. Ilaria Scarpa]

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