Quale sarà l’ultimo grido? Nella scena de La Zaranda, tra teatro e manicomio.

“Qui noi saremo vivi!”, “Sono morta?”, “L’oscurità ti ucciderà!”: brandelli di dialoghi rimbalzano nel gioco teatrale trasfigurato in morti annunciate, fantasmi presenti e vite assenti, che la compagnia andalusa La Zaranda ha messo in scena durante questa Biennale College 2014. Il punto di partenza… esso si traduce nei personaggi che sono smarriti, che tentano di scappare da una situazione che li contiene, li include e li imprigiona, ci racconta Eusebio Calonge, drammaturgo della compagnia, durante l’intervista.

Nella luce soffusa di un teatro semicircolare e provvisorio, allestito negli spazi espositivi della Biennale Architettura, La Zaranda ci fa entrare negli albori del nuovo progetto artistico, El grito en el cielo. Sulla scena, allestita con un drappo bianco che scende dall’alto, entra, rompendo il silenzio, un dottore che attiva le tre figure coperte sotto a quel lenzuolo che solo alla fine si trasfigurerà nel loro sacco mortuario. In piedi, sulla gabbia che lui stesso ha trascinato sul palco, tira fili immaginari sollevando i corpi dei tre attori-pazienti che prendono vita tendendosi verso l’alto.

Dal manicomio al teatro, un teatro che si fa surreale luogo di un lutto immaginario, dove la morta continua a gridare la sua vita tra i disperati pianti simil risa dei compagni, dal teatro al manicomio, l’onirico racconto scenico ci mostra la sorte di una compagnia di attori, casi clinici rinchiusi all’interno dell’Unità Biennale 2014 per dipendenza da teatro rivelata da evidenti segni di pazzia, incontinenza e cirrosi epatica. Mostrati al pubblico per un breve tempo questi animali da baraccone vengono ben presto richiusi, dietro bianchi teli cerati che nascondono completamente la scena, come accadeva nei circhi di ottocentesca memoria.

Nella presentazione di questi primi passi all’interno di un’opera, che sembra già omogenea, c’è lo scontro tra due generazioni di attori imbastito sulla relazione tra il burattinaio e le sue marionette. C’è l’attore-medico che si confronta e cerca di tenere a bada la presenza degli anziani attori-pazienti che portano in scena una fisicità fatta di forti memorie sceniche. Ci sono poi quelle soglie, le gabbie ferrose, simil portabiancheria sporca d’ospedale, accessi per quei luoghi che restano come sospesi nella realtà, tra la vita e la morte: il manicomio e il teatro. E infine c’è la drammaticità dei volti e dei suoni vocali che si altera tra l’ironia e il grottesco suggerendo le surreali atmosfere beckettiane così come la ripetizione ossessiva dei gesti che a tratti ricorda quella scena sospesa tra vita e morte di kantoriana memoria.

[Francesca Giuliani]

[Ph. Futura Tittaferrante]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...