Resistere al meccanicismo: il laboratorio di Lluís Pasqual

Il maestro Lluís Pasqual ha scelto come tema del suo laboratorio per Biennale College il “teatro impossibile” di Federico Garcia Lorca. Testi a cui la carriera del regista di Reus è indissolubilmente legata, essendo stato proprio Pasqual nel 1986, per il Piccolo di Milano, a mettere per primo in scena Il pubblico, l’opera irrappresentabile per eccellenza nella produzione del poeta e drammaturgo andaluso. Il pubblico che ritorna, come testo di partenza del lavoro veneziano, con la Commedia senza titolo.

Per Pasqual laboratorio significa fare teatro e non tenere conferenze, disquisire di metodi e sistemi. E quindi ecco che si entra subito con passo deciso in scena, una porta sbatte e l’Autore della Commedia senza titolo annuncia: “Signore e signori, io non alzerò il sipario per allietare il pubblico con un panorama su cui il teatro punta i riflettori per darvi a credere che questo sia la vita”. È un lungo, vario, teso monologo a cui via via si aggiungono reazioni, nell’opera che con forza afferma la necessità di un altro teatro e di un altro pubblico. Un testo che indaga proprio quel confine tra realtà e rappresentazione su cui ancora ci si interroga senza soluzione di continuità.

Il lavoro sull’attore di Pasqual è indissolubilmente legato a quello sul testo, sullo sviscerare i nodi nascosti nelle singole frasi, le tensioni che si possono o non possono sprigionare attraverso l’interprete, “è sempre nelle piccole frasi che si annidano i segreti”. L’Autore di Lorca è un personaggio in stato di crisi personale e artistica profonda, è un poeta tentato dalla potenza del silenzio, affacciato sul baratro dell’indicibile. Come rendere sul palco questo stato? Per Pasqual attore e personaggio devono trovarsi a metà strada e l’interprete deve sempre farsi due domande fondamentali, solo apparentemente pleonastiche: “cosa farei io in questa situazione?”, “cosa farebbe il personaggio se fosse uno come me?”. L’attore chiamato alla prova è un ragazzo alto, ha una presenza forte e grande intensità ma è costantemente pungolato a non sedersi, a non rilassarsi, a far vibrare le sue corde nel modo migliore possibile, gli si potrebbe ricordare Eduardo, il suo condannare l’attore all’assenza di perfezione, alla parzialità di ogni traguardo, al suo continuo superamento. Attentamente appuntano i compagni sui loro copioni la partitura del maestro, che sa tenere alta l’attenzione prendendosi lo spazio per l’aneddoto, la battuta che sdrammatizza. È una scuola quella di Pasqual che insegna a pesare il proprio respiro sulla stessa bilancia in cui si pesa il rimbombo di una battuta. Una scuola che accoglie l’urgenza della variazione come resistenza a quella tensione verso il meccanicismo cui l’umanità non sa rinunciare: “siamo capaci di meccanizzare tutto, anche scopare”.

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[Giacomo Lamborizio]

[Ph. Ilaria Scarpa]

 

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