Fammi spazio

Sono un fanatico dell’architettura. Forse è l’arte più bella al mondo, perché ha a che fare non solo con lo spazio, con i pieni e con i vuoti, ma anche con l’umano, con il posizionamento dell’umano in quello spazio.
È una meraviglia vedere come gli architetti reinventano gli spazi. È geniale: hanno delle soluzioni che nemmeno te le immagini.
Ora però, e lo dico sommessamente, lontano da ogni polemica, a me sembrava di ricordare che i “teatri” servissero anche per “guardare” o “vedere”. Per guardare quella cosa che – seppur fatta in mille modi diversi – si chiama ancora “spettacolo”.

collage SPAZIO
Lo dico, con imbarazzo, appoggiandomi a una certa qual esperienza e frequentazione di quegli strani ambienti; a ricordi di libri che ho letto; financo a chiacchierate con gente che quegli “spettacoli” di solito fa.
E invece, da tonto che sono, non avevo capito niente. Non c’è bisogno di vederlo, lo spettacolo. Ce l’hanno spiegato – ben bene – gli architetti.
Cosi ci infiliamo in spazi curiosi: il coraggio non ci manca, entriamo sempre fiduciosi.
Ecco lo spazio a pianta centrale, una sorta di neo-teatro anatomico, con due gradinate enormi che si fronteggiano. Bellissimo. Peccato però che in mezzo ci siano 8 gigantesche colonne che rendono praticamente inutili le suddette gradinate, costringendo quei “vecchietti” come me – quelli ancora affezionati all’idea di guardare lo spettacolo – a stiparsi tra una colonna e l’altra, su panche o per terra. Il resto del pubblico, la maggioranza che sedeva sofisticata in tribuna, poteva rimirare a lungo le belle colonne veneziane, disturbati solo un po’ dalle azioni degli attori che percorrevano lo stretto spazio centrale.

Poi invece capitiamo in una specie di tonnara fantascientifica, uno spazio a metà tra Bladerunner e “lu pisci spada”. Una gabbia, insomma, chiusa ai tre lati da strutture metalliche e su due piani. Il pubblico sta per terra (ancora!) oppure, se sale sventuratamente al primo piano, sta in piedi, affacciato a una sorta di ballatoio, godendosi – si fa per dire – lo spettacolo delle teste degli attori. Fantastico no? Non è una novità eccezionale? Che vi importa vedere i volti di quelli che recitano, meglio questa situazione informale, da arena.
E infine, capiamo finalmente che è inutile insonorizzare completamente uno spazio: sono sufficienti le quattro pareti, mirabilmente ricoperte da materiale adatto. Bello. Il soffitto non importa, è meglio essere aperti al mondo. Anche qui seduti in terra o su delle panche, oppure al ballatoio (tanto ormai siamo allenati) e sporgersi a guardar giù.
Lo diceva anche Peter Brook: “posso prendere qualsiasi spazio, e chiamarlo teatro”. Però, non so com’è, credo intendesse un’altra cosa. Forse mi sbaglio?
Suvvia, baste celiare: l’incontro tra Biennale Teatro e Biennale Architettura, diretta da Rem Koolhaas è interessantissimo. Un risultato enorme che si deve alla presidenza Baratta e che apre, finalmente, a un reale confronto-contaminazione tra le arti. Inserire gli spazi teatrali nel bellissimo e labirintico percorso, visivo e visionario, di Monditalia è di grande suggestione, quasi a simboleggiare il ruolo fondante, centrale, della cultura teatrale nella germinazione del nostro Paese. Di fatto, però, questi ambienti adibiti allo spettacolo svelano ancora delle incertezze o addirittura irrisolutezze nella concezione. Intanto, però, un passo è fatto: per la prossima edizione speriamo – banalmente – di vederci meglio.

[Andrea Porcheddu]

[ph. Futura Tittaferrante]

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