Intervista ad Àlex Serrano e Pau Palacios – Agrupación Señor Serrano

L’universo creativo del collettivo Agrupación Señor Serrano è il risultato dell’unione tra un minuzioso ed accurato lavoro manuale, d’impronta squisitamente artigianale, e arte performativa. Quando Àlex Serrano e Pau Palacios mi accolgono nello spazio a loro destinato, alle Tese dei Soppalchi dell’Arsenale, in effetti più che in una “sala prove” sembra di entrare in un laboratorio. Dove c’è chi modella, chi stampa, chi ritaglia, chi allestisce piccoli plastici di villaggi.
“L’80% del nostro lavoro è questo: costruire”, dicono. E lo dicono quasi scusandosi di non avere effettivamente delle “prove” a cui farmi assistere. Pau è intento a posizionare minuscoli omini in un paesaggio fatto di cartone. Poi si ferma e mi invita nel mondo che sta costruendo davanti ai miei occhi, per raccontarmi la storia di Max. Anzi, le 8 possibili vite di Max: un bimbo nato e cresciuto in una baraccopoli.
Lo racconteranno anche al pubblico, durante l’Open Doors in programma per l’8 agosto, ma senza parole. Faranno come sempre: entreranno in scena e, videocamera alla mano, inizieranno a “giocare”. Perché per loro la performance – e il teatro, in generale – è questo: un gioco. Senza nessun tipo di artificio.

Cosa significa per voi essere una “compagnia residente”? Come organizzate il vostro lavoro, in queste occasioni?

Àlex Serrano: Una residenza per noi è un periodo di prova molto concentrato, durante il quale lo spazio per tutto il resto – vita privata compresa – viene ridotto ai minimi termini. Amiamo molto questo tipo di approccio al lavoro, perché è più “denso”, più intenso, e quindi permette di ottenere risultati migliori rispetto ad un processo di prove più tradizionale.
Pau Palacios: In questo breve periodo puoi concentrare tutta la tua attenzione e le tue capacità, esprimerle al massimo e sfruttare nella maniera più fruttuosa ogni secondo del tempo che ti viene concesso. Sei estremamente focalizzato su quello che stai facendo e, in più, puoi farlo in un luogo “protetto”, dove hai a disposizione tutto ciò che ti occorre per poter svolgere il tuo lavoro: dalle strumentazioni tecniche all’organizzazione.
À.S.: Le prove standard durano circa otto settimane, prima della presentazione finale al pubblico. Ma con un periodo di residenza si ha la possibilità di testare subito gli esiti del proprio lavoro e avere quindi anche il tempo di modificarlo.
P.P.: Per il tipo di lavoro che proponiamo noi – ovvero progetti che hanno sempre a che fare con la creazione, dal momento che non lavoriamo su testi o su qualcosa di preesistente da “mettere in scena”, ma soprattutto per il nostro stesso modo di pensare e di concepire il teatro, una residenza è in realtà l’unica metodologia di lavoro possibile.
À.S.: È un campo di prova che ci costringe ad avere un confronto immediato con il pubblico. E ci permette di testare se il lavoro funziona, sia per noi che per chi ci osserva. Di avere la continua opportunità di riflettere, cambiare, evolvere.

Come evolverà quindi questo progetto?

P.P.: Non possiamo saperlo. Ovviamente quello che stiamo facendo è pensato come l’inizio di qualcosa e non come un progetto che si conclude con la fine della nostra residenza alla Biennale. Quella che vedrà il pubblico è una sorta di bozza, un gioco, appunto. Ma in fondo giocare è quello che facciamo sempre: non amiamo mai camminare su un terreno troppo sicuro.

Cosa cercate in un artista?

P.P.: Multidisciplinarietà. Anzi, forse è meglio dire proattività. Ognuno di noi ha un’area in cui è più forte. Àlex è il responsabile della parte registica, ma sa usare bene la videocamera ed è anche in scena. Io sono più specializzato sulla parte drammaturgica, ma sono anch’io in scena e mi occupo dell’editing. Alberto Barberá si occupa delle luci, ma è molto forte anche nel lavoro di “formalizzazione del concetto” e così via. Non abbiamo nessun attore in scena.

Con chi, tra gli altri artisti residenti, vi piacerebbe collaborare?

À.S.: Probabilmente con Blitz Theatre Group. Perché percepiamo un universo comune, di base, che potrebbe rendere feconda una nostra eventuale collaborazione: sono oscuri, bui. E questa oscurità è interessante. Potremmo dire, in altre parole che, se noi facciamo “pop” – certo, un tipo di pop compromesso, ironico, da prendere estremamente sul serio… ma pur sempre “pop” – loro, invece, fanno più “hard core”. Ecco: chissà come suoneremmo insieme…

ilariascarpa_serrano1973

Com’è la situazione teatrale nel vostro Paese?

À.S.: Precaria. Quattro anni fa lavoravamo moltissimo in Spagna. Ora partecipiamo solo a qualche festival. Il panorama attuale è terribilmente desolante. Ma la cosa più preoccupante è che la crisi, che generalmente è lo stimolo alla creazione – lo è sempre stato –, oggi invece non produce risultati positivi in campo artistico. Il momento più opprimente, dal punto di vista storico e sociale, è in genere quello che precede una vera e propria esplosione creativa. Ma quello che ci circonda oggi è il deserto.
P.P.: Perché mancano i fondi e non certo a causa di reali problemi economici, ma per questioni puramente politiche. Il nostro governo, negli ultimi anni, ha portato avanti un sistema di progressiva distruzione di tutto ciò che è cultura contemporanea, cultura critica, cultura pubblica. Il problema che è tutto estremamente low budget e i pochi soldi disponibili vengono destinati a spettacoli “classici”.

Che cosa c’è che non va, nel classico?

P.P. / À.S.: La ripetizione. Il che non significa che, per partito preso, siamo contro la reinterpretazione dei testi classici. Quello che ci disturba è la quantità di sforzi investiti in quella che potremmo chiamare una “modalità classica” di fare teatro e che assorbe il 90% degli sforzi economici, delle infrastrutture e dell’attenzione dei media. Perlomeno in Spagna.

Perché fate teatro?

P.P.: Per i soldi.
À.S.: E per le ragazze.

Il teatro è veramente una comunità? E, se sì, di che tipo?

P.P / À.S: Una famiglia. C’è tutto: l’amore, la passione, l’odio, l’invidia… ed eventi come questo aiutano a creare e alimentare questo senso di famiglia. Perché si percepisce di non essere soli. È per questo, in realtà, che facciamo teatro.

[Silvia Pizzi]

[Ph. Ilaria Scarpa]

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