Ossessioni in progress: gli open doors di Peeping Tom e Ricci/Forte

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ph. Futura Tittaferrante

Dalle open doors performances di Peeping Tom e Ricci/Forte, due delle compagnie in residenza alla Biennale 2014, andate in scena il 7 agosto, emergono due modi opposti di intendere e di concepire le residenze teatrali.

La performance della compagnia di Gabriela Carrizo è uno spettacolo seppur breve, nel senso classico del termine: c’è un inizio, uno svolgimento e una fine. Il pubblico, passando sotto alle impalcature-struttura dei teatri, ricavati ad hoc nella mostra della Biennale Architettura, si ritrova in sala: un’attrice è già in scena, finge di dormire in uno dei cinque letti disposti sul lungo palco. Appena fuori, ma ben visibili dal pubblico, due tecnici/addetti alla sicurezza attendono che tutti prendano posto. Sono veri? Sono attori che entreranno in scena? Sembrano due bambini che giocano a ‘travestirsi’ e ‘far finta di’. Inizia la performance. Tutto lo spettacolo, incentrato sui rischi e sulle nevrosi portati dall’insonnia, si destreggia sul sottile filo dell’essere dentro e fuori un gioco, proprio come quando eravamo bambini ed interrompevamo una scenetta, per poi riprenderla come se non fosse successo nulla e fosse tutto vero. Il tecnico, quindi, entra in scena con il faro e segue l’attrice, si provano filtri di colori diversi, la recitazione si interrompe per consentire di sistemare il trucco o per prendere e disporre oggetti di scena. Ci si ferma e si continua a recitare, come se nulla fosse. Nel patto tra attori e pubblico è ben chiaro che non solo si sta assistendo a una finzione – la recitazione – ma che ciò dovrebbe essere “vero”, ovvero le interruzioni dei tecnici, è altrettanto finto.
La compagnia di Stefano Ricci e Gianni Forte, invece, invita il pubblico di addetti ai lavori a delle prove aperte. Questo perché il gruppo italiano, al contrario dell’artista d’origine argentina, sembra concepire le residenze artistiche come “mattoncini”, che messi insieme andranno poi a costruire un lavoro finito. Anche in questo caso il pubblico viene accolto dagli attori che sono già in scena e Stefano Ricci, seppur discretamente, è sempre presente al limitare dello spazio teatrale, dà indicazioni alla regia, agli attori, distribuisce oggetti. Non è dato sapere se la visibilità di Ricci fosse realmente necessaria o meno, ma poco importa. Nel loro gioco del teatro, questa rende esplicito che non si sta assistendo a un qualcosa di concluso, ma a delle cartoline del lavoro svolto nella residenza veneziana.

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ph. Futura Tittaferrante

Come è già emerso da queste pagine, non è facile – e forse nemmeno produttivo – giudicare questo tipo di performance, che sono in realtà finestre su un processo creativo che non si limita solo ai pochi giorni di residenza. Possiamo, però, evidenziare quegli spunti di riflessione che ci auspicheremmo venissero approfonditi e i punti di forza delle performance, che potrebbero essere sviluppati nell’economia di uno spettacolo vero e proprio.
Interessante nel lavoro di Gabriela Carrizo è il tema: l’insonnia, le nevrosi legate ad essa, ma anche la causa, a volte addirittura riconducibile a ciò che dovrebbe eliminarla (ansiolitici e antidepressivi). Soffre, invece, la messa in scena, che a volte risulta lenta e ripetitiva, anche se interrotta da finti tecnici, medici che danno spiegazioni scientifiche riguardo l’insonnia cronica oppure l’ingresso di vari personaggi.
La residenza di Ricci/Forte è dedicata alla costruzione di uno spettacolo sull’Orestea, che andrà in scena ad ottobre. L’open door performance, sorta di trailer cinematografico, alterna scene ad alto impatto (i momenti fortemente fisici, tipici del loro modo di far teatro), momenti ironici – come il remake del balletto di La febbre del sabato sera – e passaggi esplicativi: due marionette raccontano l’incontro tra Oreste ed Elettra sulla tomba del padre. Già sappiamo come continua la storia, ma non come ce la racconteranno.

[Alessia Calzolari]

[ph. Futura Tittaferrante]

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