Sotto la punta dell’iceberg: Cechov al microscopio di Korsunovas

Fondatore dell’OKT – teatro indipendente divenuto, dopo appena un decennio, primo teatro della città di Vilnius – il regista lituano Oskaras Korsunovas si è affermato in fretta – in patria e poi all’estero – per il proprio lavoro di ricerca sulla drammaturgia contemporanea (e sul contemporaneo, in generale): un campo d’indagine piuttosto delicato, se si pensa alla Lituania dei primi anni ’90, appena uscita dall’Unione Sovietica e ancora congelata da un cinquantennio di occupazione.

L’estetica stessa del suo lavoro, ma soprattutto la sua capacità di scavare a fondo nel materiale umano che si nasconde fra le righe del testo, l’onestà spesso brutale con cui lo rivela, arricchendolo di significati “altri” e l’ironia del suo linguaggio costituiscono la sua cifra stilistica che – insieme al merito di aver introdotto nelle sale europee il teatro dell’assurdo russo – gli è valsa due prestigiosi riconoscimenti come il Premio Nazionale della Lituania e il Premio Europa Nuove Realtà Teatrali.

La predilezione per l’assurdo, il senso del paradosso e in particolare il lavoro sul “non detto”, sono oggetto di studio anche nell’ambito del workshop che Korsunovas sta tenendo in questi giorni alla Biennale College, sul Gabbiano di Cechov.
Il lavoro, che per ora si è concentrato sulla lettura del testo, è orientato principalmente ad esplorare lo sconfinato universo semantico dell’opera e a scandagliarne tutti i possibili significati, per non cadere nelle trappole del “sottotesto”. Perché, se l’errore più ingenuo e grossolano è ovviamente quello di fermarsi al primo livello di analisi “recitando” il testo, per Korsunovas c’è un secondo rischio altrettanto grave in cui spesso s’incorre, soprattutto lavorando su Cechov: quello di “dire ma non dire”, ovvero lasciar intendere.
“Ciò che è scritto” spiega il regista, citando Peter Brook, “è solo la punta dell’iceberg. Il 95% del significato sta sott’acqua. L’unica soluzione possibile, per me, è tirarlo fuori in maniera eclatante. Sbatterlo in faccia. Cechov, come Shakespeare, dev’essere recitato in questo modo. D’altra parte la prima messa in scena del Gabbiano diretta da Stanislavskij fu esattamente così e solo dopo è subentrata questa abitudine di recitare Cechov con un ritmo terribilmente lento e questa tendenza a lasciare in sospeso tutti i possibili significati, liquidandolo in lunghe pause, silenzi e accenni di sentimenti seminascosti”.

ilariascarpa_korsunovas0390

Korsunovas ascolta gli attori leggere e li interrompe per puntualizzare, aiutarli ad individuare gli indizi e portarli alla luce. Gli attori lo seguono attenti, ma un ragazzo dà cenni d’impazienza: “Per capire ho bisogno di fare”, dice.“Non si può fare senza prima capire”, ribatte lui.
E infatti le prime improvvisazioni “pratiche” arrivano solo dopo il quarto giorno di analisi a tavolino.

Nel suo esaminare Cechov “al microscopio” Korsunovas si sofferma a lungo sul monologo in cui Trigorin rivela a Nina il risvolto drammatico dietro al proprio rapporto con la scrittura: un rapporto ossessivo, fatto di urgenza e necessità.
Spesso, in questi giorni – durante i talk e i dibattiti ufficiali, ma anche nelle chiacchierate informali davanti a uno spritz –, ci è capitato di sentire attori e registi parlare del teatro in termini di “urgenza”. E allora, approfittando di una pausa pranzo, chiediamo a Korsunovas quale sia il suo rapporto con il teatro e se riconosca una parte di se stesso proprio nel “bisogno di scrivere” di Trigorin.

“Trigorin non ha altra scelta, ma non è tanto una questione di passione – spiega lui –, il suo è un bisogno che scaturisce prima di tutto dal contesto sociale in cui vive: scrivere, per lui, significa prima di tutto guadagnare e quindi, essenzialmente, permettersi una vita dignitosa. Confesso che quando ho deciso di mettere in scena Il Gabbiano l’ho fatto perché mi rivedevo in Trigorin (e infatti l’avevo scelto come figura di riferimento, nella versione che inizialmente avevo in mente). Ma poi, lavorando su questo testo, mi sono ritrovato più vicino a Kostja. È stata una bellissima scoperta rendermi conto che, dopo tutto questo tempo, mi relaziono ancora al teatro in questo modo: tutti sono convinti che gli artisti siano persone estremamente libere, ma non sempre è così. Spesso si viene assorbiti da meccanismi commerciali e condizionati da una serie di impegni, anche politici, mentre parallelamente bisogna portare avanti una lotta personale tra ciò che si vorrebbe realmente fare e quello che si è costretti a fare. A volte sarebbe bello poter scegliere le cose semplici. Nina non lo capisce, ma quanta bellezza c’è nella semplicità di un gesto come sedersi a pescare due pesciolini?”

[Silvia Pizzi]

[ph. Ilaria Scarpa]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...