Appartenenza e comunità nel laboratorio di Falk Richter

“I feel weird about the fact that…” i performer allineati sul boccascena ripetono questa frase completandola con ciò che li rende diversi. Dietro di loro, altri evocano con il movimento il senso di inquietudine, paura, solitudine che emerge dalle parole degli attori, che si staccano dal coro, per poi tornarne a farne parte, in un continuo scambio osmotico.

Falk Richter, drammaturgo e regista tedesco, portato per la prima volta in Italia dalla Biennale 2014, propone ai partecipanti al suo workshop di lavorare proprio sul senso di appartenenza, o meglio, di non-appartenenza di genere, nazione o famiglia, su ciò che li rende “diversi da”. Il testo è frutto delle improvvisazioni dei ragazzi, guidati da Richter e dal drammaturgo Nils Haarmann; ruota intorno a domande quali “cos’è la famiglia?” oppure “Ti riconosci nella tua famiglia?”, “A che paese appartieni?”, “Che genere ti identifica?”. Le frasi lanciate nel vuoto della platea sono cariche di emozioni: non si ascoltano più le inquietudini degli altri, ma si completano con i propri fantasmi. Il carico emotivo viene accresciuto da luci, effetti sonori elettronici e dai movimenti, diretti dal coreografo israeliano Nir de Volff.

ilariascarpa_richter2224

Emergono universi profondamente diversi tra loro, ma tutti accomunati dal sentire di non appartenere a una comunità. Sembra di ritrovare le inquietudini adolescenziali della ragazzina ritratta da Edvard Munch nel quadro La pubertà (1864-1865, olio su tela, Galleria Nazionale, Oslo). Dal suo sguardo interrogativo emerge inquietudine: è il momento in cui tutte le paure ed insicurezze adolescenziali che ci portiamo dietro prendono corpo. Quel momento a partire dal quale ci sentiamo soli, diversi – nel senso di weird, “strano”, non “speciale”: è da quell’istante in poi che andremo a cercare conferme, paragoni, occasioni per sentirci parte di una comunità. I performer di Richter non solo danno voce e corpo a queste inquietudini, ma le dichiarano a viso aperto al pubblico, prendono atto che le comunità tradizionali non sono adatte a loro.
Affrontando temi del genere, si potrebbe pensare che il clima di lavoro sia greve, elettrico, invece dalle indicazioni di regia, dai momenti tra una scena e l’altra emerge serenità. Non mancano rigore e concentrazione, ma il problema dell’assenza del senso di appartenenza viene superato: sono i partecipanti del workshop a costituirne una nuova, che non sottosta ai canoni tradizionali. Il fulcro dell’indagine è proprio questo: ripensare ai modelli di comunità e di legami finora noti.

[Alessia Calzolari]

[ph Ilaria Scarpa]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...