Diario di un’infiltrata. Il laboratorio “Just for Venice” di Jan Lauwers

Vado al laboratorio dell’artista fiammingo Jan Lauwers all’indomani del conferimento del Leone d’Oro. È appena il terzo giorno di lavoro, con 15 giovani attori (8 uomini e 7 donne), ai quali veniva richiesto di saper “cantare e/o suonare uno strumento”. Quando entro, il regista sta commentando dettagliatamente la recitazione dell’unico attore presente in scena, assicurandosi che “faccia” un’azione piuttosto che “recitarla” – un leitmotiv ricorrente durante la sessione. Il ragazzo si rivolge direttamente ai pochi presenti in sala, portando in vita un nuovo testo di Lauwers su due “errori” di Peter Brook, contenuti ne Lo spazio vuoto.

Per l’artista fiammingo, Brook si sbaglierebbe nel postulare uno spazio vuoto e sarebbe inoltre erronea l’asserzione di Brook secondo la quale “A man walks across an empty space whilst someone else is watching him, and this is all that is needed for an act of theatre to be engaged”. La conclusione è che “l’arte è il tempo tra due errori”, un concetto esposto dal regista nel suo recentissimo discorso di premiazione.

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Il palcoscenico è vuoto, ma davanti al proscenio si trova una fila di 15 sedie (tante quante gli attori) di plastica arancione, rivolte verso il palco. Quest’immagine dalla semplice apparenza si rivela immediatamente suggestiva e versatile.

Poi entrano gli altri attori, occupando le sedie con fare apparentemente svogliato. Si capisce subito che l’atmosfera è seria e concentrata, il lavoro d’ensemble già molto sviluppato. Si creano quindi dei gruppi di lavoro: Maarten Seghers ed Elke Janssens della Needcompany provano una composizione musicale con alcuni, Lauwers svolge un complesso esercizio individuale con altri. Questi devono leggere una sfilza di frasi brevissime, dall’identica struttura “X is good” ( X è buono/a): “Red is good, blue is good, politics is good, good is good…”. La difficoltà consiste nel mantenere viva l’immagine insita nella prima parola e la sua qualificazione positiva, nonostante la brevità e ripetitività delle frasi. I commenti sono serrati e precisi: “ora hai risolto il problema rappresentando l’atto del pensare”, “tu non credi che l’immagine che dici sia buona” si sentono dire alcuni. Il regista ne approfitta per condividere degli insegnamenti più generali: “è molto pericoloso imparare testi a memoria troppo presto. Devi sapere che cosa stai dicendo. Se lavori bene su Shakespeare, puoi recitarlo casualmente a renderlo comprensibile. Se invece ti perdi nella forma…” L’epilogo è sospeso, ma le conseguenze disastrose di un simile errore sono chiare!

Dopodichè gli attori ripassano velocemente una coreografia “funky” guidati dal danzatore tunisino Mohamed Toukabri, nuovo membro promettente della compagnia, mentre il regista controlla la musica, che ora accompagna la danza. Poi si mette a rivitalizzare la coreografia, chiedendo a singoli attori di far “esplodere” un solo movimento, per un tempo limitato; di mostrare quanto si stiano divertendo, con sorrisi esageratissimi e movimenti estremi, con e senza musica.

Un nuovo cambio: la fila di sedie si trasforma in uno spogliatoio misto. Lauwers dà alcune istruzioni, seppure dichiarando che “in quanto regista” non si permette di “dirigere uno spogliatoio, appunto perchè è uno spogliatoio!”

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Segue una scena molto forte composta da varie coppie. Gli uomini spogliano le donne e queste provano a rivestirsi, e viceversa, per poi baciarsi, finchè le donne non sono del tutto svestite. Colpisce la violenza delle azioni e la loro potenza visiva, nonostante la preponderanza di immagini di nudo e di sesso nella nostra società. Numerosi blackout punteggiano questa scena. Le coppie d’un tratto si bloccano, anche quando inizia la musica. Infine ricominciano a muoversi, piano piano, tornando alle sedie. Si accodano altre scene: una grande marcia collettiva su un passo di danza, mentre il regista batte il tempo coi piedi, quasi ballando lui stesso; un gruppo di “vecchietti” che si muovono piano, tenendo le mani innanzi. Infine ritorna lo spogliatoio, con una sola coppia sul palco. “Wow, that was rather wild!” esclama l’artista, che sembra non voler più concludere. Alle 4 di pomeriggio, chiede agli attori “dovete andare da qualche parte? A che ore avevamo deciso di finire?”, prima di terminare la giornata con una scena commovente. Si è di nuovo nello spogliatoio. Un attore sul palco, muovendosi da vecchio infermo, fa cantare una serie di note mormorate agli altri, che si rivelano cantanti talentuosi.

Mi rimangono impressi la precisione e il fulcro del lavoro, che richiede notevole concentrazione psicofisica, e la potenza autoriale di Lauwers, che sa creare uno spirito d’ensemble e immagini indimenticabili con grande bravura e rapidità. Sono curiosissima di vedere come questo lavoro intenso sfocerà nello spettacolo finale, sabato (ovvero domani) alle 20 al Teatro alle Tese.

[Iante Roach]

[ph. Futura Tittaferrante, Ilaria Scarpa]

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