Le immagini del reale nel workshop di Jan Pappelbaum

C’è uno spettro che si aggira tra le calli e i campi di Venezia, salendo e scendendo miriadi di ponti, per rincorrere i workshop e le residenze che si stanno avvicendando tra Ca’ Giustinian, l’Arsenale e tutti gli altri spazi occupati dalla Biennale College 2014. Ma, attenzione! Non crediate che si tratti degli Spettri ibseniani, con i quali si sta confrontando il drammaturgo inglese, Mark Ravenhill, facendo Ridere di Ibsen i suoi allievi. L’incontro con questo fantasma è stato definito in vari modi.

Dal “riattraversare una delle sue opere per me è come prendermi una vacanza” di Jan Lauwers al “riconfrontarmi con lui è come tornare all’università” di Antonio Latella, fino al “non sappiamo nemmeno se sia mai esistito” di Oskaras Kursonovas: il nome e l’opera di William Shakespeare, filo conduttore della scorsa Biennale Teatro, anche quest’anno sta risuonando di bocca in bocca tra registi, drammaturghi, attori e scenografi.

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ph. Futura Tittaferrante

E a Ca’ Giustinian, invece, è Jan Pappelbaum – già collaboratore di Thomas Ostermeier e attualmente scenografo residente e capo del dipartimento di scenografia presso la Schaubühne am LehninerPlatz – a riattualizzare alcune opere del drammaturgo inglese. Gli spettatori, il palco e la sala. Teatro contemporaneo in altri luoghi è il titolo del workshop. I tanti partecipanti riflettono, percorrendo o immaginando spazi reali, sulle possibili messe in scena (o meglio, “in installazione”) di tre opere: Amleto, Sogno di una notte di mezza estate e Riccardo III.

Scostate le tende nere da una vetrata, davanti a Pappelbaum, intento alla spiegazione di alcuni passaggi di un’opera, si trovano i ragazzi e le due traduttrici dal tedesco, tutti seduti attorno a un grande tavolo ovale. Di fronte, una grande lavagna di legno – la stessa che era presente nelle nostre vecchie aule scolastiche e oggi è sostituita dalla L.I.M. – è imbandita di scritte che raccontano le infinite successioni di scene con luoghi, personaggi e azioni/sentimenti estrapolati dai tre testi. Al centro, campeggiano tre domanda: Who? Why? What? È a queste che i ragazzi hanno risposto facendo dialogare parti di scene, singole frasi, o un concetto dell’opera con tre immagini del reale, alcune scattate da loro stessi a Venezia, altre scelte da internet.

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ph. Ilaria Scarpa

Passeggiando attorno alle colonne che dividono la grande stanza in tanti piccoli quadrati, ci si sofferma davanti alle immagini appese e il racconto ha inizio. C’è la faccia di Silvio Berlusconi sorridente all’Aquila, poco dopo il terremoto che ha scosso e distrutto la città, per ripensare all’ambientazione iniziale del Riccardo III (è appena finita la guerra, e intorno ai luoghi vissuti dai personaggi ci sono solo macerie), ma anche alla figura dello stesso re, descritta da Pappelbaum come “narratore di promesse e menzogne”. Chi ha scelto questa immagine è una giovane ragazza, che timidamente descrive gli altri paesaggi figurativi scelti: l’incontro tra Putin e Obama in conferenza stampa e un tavolo da poker. La scena di riferimento è quella dell’incoronazione di re Riccardo, ma Pappelbaum non arriva a comprendere in pieno i collegamenti della ragazza. Poi, si chiede ad alta voce: “Che cos’è che sta dietro a queste immagini?”. Che cos’è che accomuna la scena shakespeariana al gioco e ai due potenti del mondo? Semplice: la menzogna. Chi meglio di un tavolo da poker, che ha come giocatori Obama, Putin e, appunto, Berlusconi, può arrivare a simboleggiare idealmente l’atmosfera che caldeggia il personaggio di Riccardo? Tutti sono pronti a bluffare per arrivare alla vittoria finale.

Su un’altra colonna della sala c’è l’immagine di una donna manifestante con uno scialle rosso. Lo scialle è il sangue, dice il ragazzo. È il suo turno, davanti allo scenografo, e la donna sta manifestando contro una società che non riconosce più, contro una “famiglia” che non la rappresenta più: è la regina Margareth, che resta inerme, pur lottando, davanti all’oscurità del re. Poi un palazzo di Venezia che con corridoi vetrati comunicanti su cinque livelli ambienta l’immaginario del dramma, in particolare quella torre dove Riccardo III cresce e alimenta la sua malvagità. In questi corridoi, infatti, spiega il ragazzo, grazie ai riflessi di luce le persone che camminano non sembrano persone ma ombre di figure che rappresentano i diversi livelli del testo, i differenti gradi di avvicinamento incontrollato al male. Poi ci sono due uomini, gli assassini del giovane principe Hastings. Sono ritratti dall’alto come se fossero spiati: seduti all’interno di un antro su uno strettissimo canale di Venezia, sembrano confabulare di incredibili segreti così come potrebbero fare gli aguzzini che il re chiama per i suoi omicidi. Tutte quante le immagini, queste e tante altre che dall’Iraq all’Italia, dalla Germania alla Russia, passando per Venezia, fanno viaggiare la fantasia dei ragazzi nei luoghi del reale per trovare nuovi immaginari dove sia possibile riattualizzare quei conflitti shakespeariani, così distanti eppur così vicini.

[Francesca Giuliani]

[ph Ilaria Scarpa]

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