Ridere all’inglese. Ravenhill riscrive Ibsen con Bergson e Buster Keaton

Che lo humour sia una peculiarità dell’attitudine inglese è cosa nota ai più. Ovviamente, per noi mediterranei, certe uscite diplomaticamente liquidate come “freddure”, alcune subdole chiose sarcastiche, altre frecciate grottesche suonano spesso disturbanti, quando non raggelanti: si sa, è questione di “cultura” e a non tutti possono piacere i Monty Python.

Ma che la pratica dell’understatement e l’impiego di un’ironia pungente e ficcante abbia marcato lo sviluppo della drammaturgia insulare fin dalle origini è fuor di dubbio: da Shakespeare a Webster a Ford, passando per Beckett e Pinter fino ai nostri giorni, il riso, quasi sempre amaro, è stato un meccanismo reiterato a fini espressivi, spesso per raggiungere il cuore del tragico, che s’annida  nel ridicolo vivere quotidiano. In fondo, Yorik era pur sempre un buffone, anche se i più lo ricordano solo come un misero teschio, latore di infauste e proverbiali interrogazioni esistenziali. Destino crudele.

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foto Futura Tittaferrante

La secolare tradizione dell’irrisione drammatica ha proseguito corroborandosi e contribuendo all’implosione della forma drammatica canonica avvenuta negli anni ’90 dai cosiddetti autori dell’In-Yer-Face theatre (teatro nella tua faccia), movimento incoerente e frammentato di giovanissimi drammaturghi che rivoluzionarono la scena continentale con un pugno di plays destinate a cambiare la storia del teatro recente (Blasted, Shopping and Fucking, Mojo, Attempts on Her Life). Memori della lezione dei Nobel Beckett e Pinter, ma anche di Bond, Hare e soprattutto della Churchill, questi cattivi ragazzi “sbatterono” letteralmente in faccia al proprio tempo le perversioni, gli orrori e le efferatezze – psicologiche, fisiche, sessuali – di un presente logorato dalla violenza economica e finanziaria e dalla repressione politica dell’era (post)tatcheriana. Ma l’umorismo, il riso non sono mai estranei all’orizzonte di questi autori magmatici e cartoonistici ad un tempo: Kane, Ravenhill, Butterworth, Crimp, per citare i più noti, decostruirono i meccanismi tradizionali del tragico, ideando congegni surreali ed urtanti, in cui il sarcasmo lavorava sempre come elemento scatenante e comprimario della tragedia. Questa spontanea tendenza della drammaturgia d’Oltremanica vive e non smette di germogliare ancora oggi, negli autori delle nuove ondate come Kelly, Crouch, Prebble.

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foto Ilaria Scarpa

Non sorprende quindi che Mark Ravenhill, a quasi vent’anni dal suo Shopping and Fucking, a cui è seguita una frenetica carriera di autore e drammaturgo sperimentatore sulla direttrice del comico – molto graffiante e sempre politicamente scorretto – nel tragico, presenti alla Biennale di Venezia un workshop sul riso, in cui i meccanismi del comico vengono applicati al testo forse più tragico di Ibsen: Spettri. Il drammaturgo inglese, fresco del debutto edimburghese di Stage #6, la sua ultima pièce – un Edipo in salsa cilena, sulle conseguenze del regime di Pinochet – propone quindi ad alcuni più giovani colleghi e registi, partecipanti a Biennale College, un percorso di reinterpretazione del capolavoro norvegese, analizzando la strutturazione del comico: dalla gag ai lazzi della Commedia dell’Arte alla routine (il numero comico).

Il punto di partenza è Il riso, saggio di Henri Bergson del 1900 in cui il filosofo viviseziona il ruolo della risata e del comico come forze strutturanti della società, che viene, fin dalla prima “lezione” contaminato e messo in produttiva relazione con la slap-stick comedy e il vaudeville di Buster Keaton, il più grande comico della storia, che per l’appunto non sorrise mai. Durante il laboratorio, le sequenze di Steamboat Bill Jr. vengono quindi mostrate e scomposte in tutte le loro componenti – narrative e comiche – onde individuare i processi che generano il riso: la dilatazione dei tempi, le agnizione mancate, i fraintesi, il non-detto e il non-mostrato, il dettaglio scenico, i ritmi dell’azione. Ravenhill si insinua nel discorso con poche lapidarie raccomandazioni e impressioni – ovviamente ironiche – e ricorda che la risata è una declinazione di un possibile sguardo critico sul mondo, perciò è necessaria, a prescindere dal genere praticato.

Il gruppo di lavoro veneziano è estremamente comunicativo, internazionale e divertito dalla presenza – del resto assai simpatica – del “Gran Maestro” in cappello con la visiera, e l’entusiasmo è palpabile. Con questo spirito la seconda scena del primo atto di Spettri, in cui Regine cerca di impedire al padre ubriaco di entrare nella casa degli Alving in cui presta servizio, diventa una commedia: bisogna dilatare l’ingresso dell’uomo il più possibile e renderla spassosa – parola di Ravenhill. La si declina e la si interpreta allora, a gruppi di due, e di volta in volta davanti ai nostri occhi prende vita una sit-com, un siparietto da commedia dell’arte, una scheggia di teatro dell’assurdo, un breve affresco in-yer-face. L’atmosfera è esilarante, gli esiti di ogni gruppo estremamente divertenti, intelligenti, ironici. Si ride davvero e tanto. Ravenhill interviene con pertinenza e non esita a ridere di gusto. Sembra che l’obiettivo sia stato raggiunto e che il viaggio nella scrittura sia avvenuto, una volta tanto, sul campo, in modo efficace, intellegibile e diretto, nonostante il pastiche linguistico e il grammelot indoeuropeo in cui avviene la comunicazione. Finalmente.

Chissà che ne direbbe Ibsen, dei suoi personaggi messi alla berlina e sbeffeggiati da dei giovani autori. La sua immagine austera di massimo esponente del dramma borghese mi porterebbe a ipotizzare una reazione scomposta e radicale: una grassa risata. E poi una strizzata d’occhio a Bergson, una pacca sulla spalla al “vecchio” Ravenhill, mentre si avvia sulla banchina di Ca’ Giustinian per fumarsi una sigaretta. E Buster? Lui rimane in disparte sullo sfondo, si guarda un po’ intorno, timido, senza muovere un muscolo. E non ci resta che sorridere.

[Giulia Morelli]

[phFuturaTittaferrante, Ilaria Scarpa]

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