Chi è l’attore?

Il compito del regista è trovare il modo per far comunicare l’attore, lo spettatore e la scena: è Lluìs Pasqual a ricordare questa legge del teatro dedicando, non solo come regista ma come direttore del Teatre Lliure, tante parole sul ruolo fondamentale dello spettatore – come si evidenzia, anche, nella nostra riflessione sul ruolo della ricerca – senza il quale la messa in scena e il lavoro stesso dell’attore non avrebbero senso.

È tempo di ripensare alla prima figura della triade, chiamata tante volte in causa da tutti i registi, drammaturghi, scenografi, insomma da tutti i maestri presenti sulle scene di questo paesaggio teatrale veneziano. Dall’attore nessuna rivendicazione del suo ruolo, nessuna risposta nemmeno, come lo stesso Antonio Latella ha rimarcato, incredulo, alla provocazione di Fabrice Murgia che ne ha richiesta la morte, specificando che l’attore classico deve lasciare posto al performer. Gli allievi dello stesso regista hanno raccontato che, nel workshop, hanno lavorato sulla verità dell’attore in scena, sul mescolamento della propria realtà e della finzione del racconto scenico nella costruzione del proprio personaggio, modalità di ricerca, tra l’altro, alla base dello studio del loro maestro.

Che attore si sta ricercando? L’attore è l’attore, dice Pasqual. Dai protagonisti ancora nessuna domanda o conferma. Se Lauwers cerca il giusto bilanciamento tra attore e performer, Latella si annoia davanti all’attore “bravo” e cerca piuttosto un confronto aperto tra quest’ultimo e la sua operazione artistica. E, nel tentativo di scardinare quella recitazione, “naturalistica” – se è questo che tutti intendono quando parlano di attore “classico” – per aprirne l’anima durante il lavoro scenico, chiama in causa l’attore “classico” e in questo senso lanciando una sfida.

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E che dire dei drammaturghi che si mescolano tra regia e scrittura nel progetto Ada? Il dialogo è ancora aperto, il confronto anche, ma in scena? Quel finto naturalismo, realismo, sul quale si sono dibattuti i registi senza trovare una regola precisa ma tentando di sottolinearne, comunque, la sua inutilità oggi, qui è ovunque: l’attore, la scena, la scrittura. In quella tentata riscrittura di una violenza domestica banalizzata nella finzione e imitazione di una realtà così troppo gravida di presente, è l’utilizzo dello stesso linguaggio, della stessa forma, dello stesso tipo di desiderio ad annullare completamente l’operazione e con questa lo stesso concetto rappresentato.

“L’attore è energia”, ripete Pasqual. Qualcuno, un po’ di tempo fa, era in cerca dell’attore, oggi probabilmente si sta ancora cercando, confrontandosi su quella strada dove l’orizzonte è irraggiungibile e la corsa è infinita. Probabilmente, citando Alex Rigola, è quell’umanità con tutte le sue sfaccettature e le sue più variabili modifiche che si cerca. E per agire realmente, portando in scena, attraverso le parole, le azioni, i silenzi, la sua umanità, l’attore deve essere drammaturgicamente creativo, portando memoria di sé nel lavoro fisico, e scenico in toto. “Tu rappresenti la collettività in questo luogo, con delle sue umiliazioni che ha subito, con il tuo cinismo che è autodifesa e il tuo ottimismo che è irresponsabilità, con il tuo senso di colpa e il tuo bisogno d’amore, con la tua nostalgia per un paradiso perduto, nascosto nel passato, nell’infanzia, nel calore di un essere che ti faceva dimenticare l’angoscia”: è con questo bagaglio di memoria che lo spettatore si riconosce e s’interroga, attraverso le relazioni create da quel corpo esposto sulla scena, scriveva Barba in una lettera per indirizzata agli attori.
E voi, attori, chi siete e che dite?

[Francesca Giuliani]

[ph Ilaria Scarpa]

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