Costruttori di ‘spazi’. Jan Pappelbaum e Falk Richter a confronto

Uno è altissimo, discreto e misurato; l’altro sembra il prototipo del giovane tedesco: fisico sportivo, occhi e capelli chiarissimi, tratti del viso quasi spigolosi, pronto a mostrarsi, a raccontare di sè. Hanno in comune di sembrare ben più giovani della loro età e di lavorare entrambi alla Schaubühne di Berlino, uno dei templi del teatro contemporaneo. Sono Jan Pappelbaum e Falk Richter, uno architetto e scenografo, l’altro regista e drammaturgo, protagonisti dell’ultimo incontro di Biennale College Teatro il 9 agosto 2014. Se per Pappelbaum non è la prima volta a Venezia (è stato già coinvolto in un laboratorio nel 2011), Falk Richter, invece,non è mai stato presentato prima d’ora al pubblico italiano, sebbene i suoi testi siano tradotti in 25 lingue e le sue piéce abbiano calcato i palchi di tutto il mondo.

Potrebbe essere uno ‘scontro tra titani’: scenografi vs. registi. Invece, Pappelbaum e Richter, pragmatici tedeschi, smentiscono, sottolineano anzi la serenità del rapporto di lavoro tra queste due figure professionali. Per Jan Pappelbaum, architetto che fonda il suo lavoro sulle regole di rigore del Bauhaus, è fondamentale individuare, insieme al regista, quei pochi elementi strettamente necessari al lavoro dell’attore: “Man muss zwei-drei elemente herausgreifen um ein neues, schlichters Objetkt zu bilden.” E ancora: “Die letzte Stufe ist ein neues Objetz zusammen zu setzen, der Schauspieler belebt es.” (“Bisogna cogliere due-tre elementi, per costruire un nuovo oggetto, che sia sobrio.”; “L’ultimo passaggio è comporre un nuovo oggetto, al quale l’attore poi darà vita.”).

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Falk Richter, che lavora con un suo scenografo sin dai tempi della scuola, ribadisce come il palco, per le sue messe in scena prenda forma nell’evolversi delle prove: lo scenografo deve essere pronto a poter interpretare queste necessità. Così come la costruzione della scenografia, anche la scrittura di Richter, soprattutto negli ultimi anni, sta diventando sempre più maieutica: si parte da suggestioni, idee e studi di Richter con i quali gli attori iniziano a giocare, sperimentare e improvvisare, esattamente come è stato fatto nel suo laboratorio di Biennale College. Sempre più, rivela il drammaturgo, la sua scrittura sta diventando una “collective creation, in which performers are part of the creation process”. Proseguendo idealmente gli spunti lanciati dal primo incontro con le compagnie residenti, anche per Falk Richter prima dell’attore c’è il vissuto del performer. “I am interested in the stories of individuals: differences from mainstream are enriching”: sono le differenze dalla cultura mainstream – anche oggetto dei suoi testi – che arrichiscono. La ricchezza di cui parla il drammaturgo non è solo emotiva, ma anche fisica: peculiarità del suo linguaggio, infatti, è la fusione tra movimento e recitazione, il rapporto tra attori e danzatori.

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Quello che emerge dalle parole dei due artisti tedeschi è il loro fare un passo indietro. Per Pappelbaum non parla la scenografia, ma aiuta gli attori a dar vita al testo, a “rapire gli spettatori”, per farli entrare nel modo dello spettacolo. Richter, invece, fa parlare corpi ed esperienze personali dei suoi performer. Entrambi sono architetti dietro le quinte, che costruiscono con diversi materiali. Forse hanno più di quel che sembra in comune.

[Alessia Calzolari]
[ph. Futura Tittaferrante, Ilaria Scarpa]

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