La ricerca del rischio, dello sgambetto, della nota stonata

“Dobbiamo provare scientificamente, facendo teatro, che la realtà ha altre possibilità” (Christos Passalis – Blitz Theatre Group)

Che senso ha, oggi, parlare di innovazione e ricerca teatrale? In cosa consiste, concretamente, il processo e quali sono le sue “regole”, i limiti da imporsi, a monte, per aggirare il rischio di perdere per strada l’obiettivo? A conclusione della Biennale Teatro 2014 ci sembra giusto provare a tirare le somme (e mantenere vivo il dibattito) su un tema di fondamentale importanza, soprattutto in un contesto come questo, che punta tutto sulla formazione e sulla formula della “residenza teatrale”.

Fabrice Murgia, Leone d’Argento per l’innovazione teatrale, ne ha parlato in termini di sincerità. L’importante, a suo avviso, è che questo “ricercare” si mantenga autentico. Un percorso che l’artista è libero di compiere in solitudine, mantenendo però l’attenzione verso il fuori: L’essenziale è non chiudersi, dare continua testimonianza del proprio lavoro e non smettere mai di confrontarsi con l’esterno“.

ph. Futura Tittaferrante
ph. Futura Tittaferrante

Solitudine è invece un termine che Lluís Pasqual non contempla, parlando di ricerca: “Io faccio teatro per stare insieme alle persone – ha dichiarato sul palco del Teatro Piccolo Arsenale – Da soli non possiamo capire“. E prima di sottolineare il ruolo centrale che il pubblico riveste anche in questa fase – poiché, come sottolineato nella nostra riflessione sul ruolo dell’attore, senza di esso l’intero meccanismo non avrebbe ragione di esistere – Pasqual ha precisato: “Io, da solo, nemmeno mi alzerei dal letto”.

Antonio Latella, accanto a lui sul palco, ha messo in luce la necessità di mettere in moto un processo di istituzionalizzazione del “teatro di ricerca”, per vederlo uscire dalla propria nicchia ed entrare negli stabili. Bisogna correre il rischio di perdere il proprio pubblico affezionato. Avere il coraggio di svuotare i teatri, per riempirli di nuovo. Solo così si potranno davvero creare nuovi linguaggi”. Da un punto di vista più metodologico, invece, il regista italiano si riferisce a questo tipo di indagine come a un “continuo sgambetto”, qualcosa che abbia il potere di mettere l’artista in difficoltà:Quando capisco come si fa una cosa, non la rifaccio. Perché quello che cerco, nel teatro, è la sorpresa”.

collage spazi occupati
ph. Futura Tittaferrante

Ricollegandoci a Passalis, che sottolinea un legame – quantomeno semantico – tra il termine “ricerca” e l’universo della scienza e della pratica empirica, si potrebbe definirla, in sostanza, un processo che sappia condurre a degli esiti tangibili. Ed è probabilmente questa la visione alla base del format scelto per la Biennale Teatro, che in un certo senso obbliga le compagnie ad allestire una “prova finale” e a presentare al pubblico il risultato del lavoro svolto nel tempo e nello spazio a loro assegnati. Ciò che è stato offerto al pubblico nel corso di queste sere, tuttavia, è ovviamente difficile da giudicare: spesso si è trattato di semplici suggestioni appena accennate, input non del tutto (o per nulla) sviluppati, prove piuttosto acerbe, se non addirittura ancora allo stadio embrionale.

Forse perché, se alcuni artisti sono più avvezzi a questo format e addirittura lo prediligono, proprio per l’opportunità che esso offre, all’artista, di ricevere un riscontro immediato da parte del pubblico, altri invece lo sono meno.

Viene quindi da chiedersi: è davvero necessario questo confronto con il pubblico, al termine di una residenza? O sarebbe meglio lasciare la prova finale come una possibilità del tutto opzionale?

Mi spaventa sempre un po’ il momento dell’incontro con il pubblico ammette il Direttore Alex Rigola, perché molto sembra dipendere dal risultato degli Open Doors, quando in realtà l’esperienza di Biennale College, quella che realmente conta, consiste nel percorso che ha condotto fino a quel punto. Il vero senso della Biennale Teatro, per me, è offrire agli allievi dei workshop una formazione di qualità e agli artisti residenti la possibilità di sperimentare nuove strade che non avevano avuto modo di percorrere prima e che magari li porteranno a scoprire qualcosa di nuovo, anche in futuro”.

ph. Ilaria Scarpa
ph. Ilaria Scarpa

Rigola, ad esempio, parla con entusiasmo del lavoro “di squadra” emerso dalle prove di Agrupación Senor Serrano, La Zaranda, e Blitz Theatre Group, ma anche dell’affiatamento dimostrato dal curioso trio Calvani-Fillion-LaBute e dei nuovi spunti individuati nel lavoro di Ricci/Forte (riferendosi, probabilmente, allo studio condotto dalla compagnia italiana sull’utilizzo di oggetti e gesti più minimali, sfociato in un tipo di lavoro – effettivamente inedito – vicino al mondo della marionetta), che probabilmente – sostiene il direttore – potranno essere sviluppati e mantenuti nella loro prossima produzione.

“Il senso degli Open Doors dovrebbe essere questo”, spiega Rigola. “Non è importante il risultato finale, ci interessa di più offrire agli artisti l’opportunità di mettersi alla prova. Per loro, il momento del confronto non dovrebbe rappresentare un’occasione per mostrare ciò di cui sono più sicuri quanto, piuttosto, l’occasione di rischiare”.

Un paio di giorni fa un allievo attore ha chiesto a Lluis Pasqual: “Qual è, secondo lei, il modo migliore per imparare?”

“Stona – ha risposto lui – Le prove sono fatte per stonare“. 

[Silvia Pizzi]

[ph Futura Tittaferrante, Ilaria Scarpa]

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