Farsa e resistenza alla tragedia. Labiche remixed di Christoph Marthaler

 

Dissacrare, rendere evidente un difetto, un’etica perversa, un discorso incoerente e falsato promulgato come verità ufficiale, è forse uno degli intenti della regia teatrale, pratica intesa non solo come rappresentazione di un’ideale o di una singolare psicologia, ma come critica alla società attuale.
Le modalità per adempiere a tale compito sono molteplici, la sostanza unica: arrivare all’ossimoro, alla contraddizione degli opposti e superarla attuando una sintesi – poetica, politica, scenica – rendendo lo spettatore partecipe attivamente, attraverso un risveglio di coscienza, una presa di posizione problematica.
Nel caso della regia di Christoph Marthaler, come di fronte a una caravaggesca testa di Medusa, lo spettatore è invitato a guardarsi allo specchio, tramite la messa in scena della classe predominante nell’occidente d’oggi, ovvero la borghesia. Il suo fascino (in)discreto, nella visione del regista svizzero, risiede nelle sue sovrastrutture, nelle mediocrità e nell’attaccamento feticista all’oggetto di consumo o di sfoggio.


Ritratta ai suoi albori, la classe, che secondo Pasolini ha compiuto la vera rivoluzione attraverso l’affermarsi della società neo-capitalistica, viene riesumata quale oggetto estetico attraverso un pastiche drammaturgico, che unisce in un solo spettacolo – Une Île Flottante – tre testi di un autore non contemporaneo. Trattasi di Eugène Labiche, drammaturgo francese tra i pochi eredi di Molière nel saper cogliere l’aspetto farsesco e ridicolo della società di metà Ottocento, prediligendo generi come il vaudeville e la farsa, caratterizzati da un forte anti-idealismo, poco gentili nella rappresentazione dei sentimenti e di psicologismi.
I personaggi sono dunque dei tipi, non vengono descritti nella loro soggettività, ma nel loro essere maschere grottesche, dietro le quali si celano debolezze e insensatezze di classe.
Dietro la maschera, dunque, si cela la tragedia dell’uomo ridicolo, dell’individuo schiacciato dalla massa (elementi di cui a metà Ottocento si intravedeva l’avvento), dell’essere insulso e anonimo in un contesto dove il capitale soppianta l’idea e la virtù.
Il periodo temporale ripreso da Marthaler è perfettamente coerente: le opere rivisitate, utilizzando tra l’altro, la traduzione di Elfriede Jelinek, sono Les suites d’un premier lit (1852), La paudre aux yeux (1861) e Un mouton à l’entresol (1875). Ci troviamo quindi nella seconda metà dell’Ottocento, proprio nel momento in cui Engels scriveva a Marx (1851) che, sulla falsariga della dialettica hegeliana, la storia sembra ripetersi in modalità differenziale, come se tutto si ripresenti eternamente per due volte “una volta come tragedia, la seconda come farsa pidocchiosa”.
In questo spazio, tra una ripetizione e l’altra, si inserisce il discorso critico del passaggio dallo stato tragico a quello farsesco, nella costante sintesi tra opposti caratteristica del teatro, che vede l’apoteosi raggiunta dalla derisione – per dirla à la Grotowski –, la messa in scena di una problematica rappresentata attraverso uno specchio deformante, al cospetto del quale si ride di se stessi, e ci si disgusta, in certo qual modo, della propria appartenenza sociale.
La rivisitazione adottata da Marthaler – che ritorna su Labiche dopo L’affaire de la rue Lourcine (1991) – ha dunque una forte connotazione politica: se si vuole criticare la società attuale, lo si fa guardando all’indietro nel tempo, e incontrando generi altri rispetto al dramma: ed ecco il vaudeville e la farsa. Alla fine, si tratta di uscire dal paradigma a senso unico della rappresentazione di un testo autoreferenziale e immodificabile, per esercitare un diritto oltre che un atto poetico: usare una lente di ingrandimento su quella che viene intercettata come una difettosità, una gabbia sociale, da schernire e da ridicolizzare in quanto appartenente ad essa ma non integrato. Apocalittico? O farsesco, senza rimedio.

di Angela Bozzaotra

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