«Fa’ la cosa giusta e proteggiti dall’ingiusto»: ovvero la borghesia surreale di Christoph Marthaler

Nella gremitissima sala del Teatro alle Tese, un pubblico trepidante è in attesa di assistere a Une île flottante del maestro Christoph Marthaler, che sarà a breve insignito del Leone D’Oro alla carriera. Neanche il tempo di cessare il chiacchiericcio ed ecco entrare gli attori da un lato del palco, a sipario chiuso. L’ironia del regista svizzero smaschera fin dall’inizio la macchina teatrale: gli attori sono pronti a indossare le proprie maschere di finto perbenismo – sembra volerci dire.

Alzato il sipario, si fa luce su un grande salotto borghese: ricca argenteria, ritratti al muro come gigantesche agiografie, mobili antichi (scenografie di Anna Viebrock). Così, in questo scenario finto-rassicurante, prende vita la farsa-tragedia dei Malingear e dei Ratinois, due famiglie alto-borghesi che attendono di conoscersi per l’occasione del fidanzamento dei rispettivi figli: Emmeline e Frédéric. Scandito dal suono di una campana, il tempo sembra fermarsi nella lunga sequenza iniziale; un tempo dilatato e irreale, riempito dalla reiterazione di rade battute che ricordano un’atmosfera alla Beckett. È il tempo della borghesia che rintocca a morte, il tempo della noia dell’opulenza, di chi ha paura di apparire come veramente è perché deve nascondere tutto il marcio: come il signor Malingear che gonfia i suoi meriti della professione di medico, in realtà decaduti, o il signor Ratinois che si vergogna di essere un ex pasticcere.

Marthaler si prende gioco di questa società – forse ne ha perfino tenerezza – e la colpisce dall’interno: ce ne svela le meschinità, le nevrosi e la miseria con dardi di feroce ironia. Ecco allora apparire dei piccoli indizi che rappresentano uno scarto dalla normalità e ci fanno capire che qualcosa non quadra: che sia un tic ripetuto, una smorfia grottesca, una camminata irregolare, una sfilata di animali impagliati che popolano la sala, un’afasia comunicativa (in un linguaggio che alterna francese e tedesco), fino ad arrivare al parossismo finale, suscitando una comicità senza scampo che lascia spazio alla risata come al ghigno amaro. È una comicità che scaturisce dal contrasto fra gag da vaudeville e un surrealismo alla Luis Buñuel. L’aspetto surreale sembra suggerito anche dal personaggio misterioso di una signora in rosso: avulsa dal contesto ma sempre presente in scena, è protagonista di una serie di à-part lirici spiazzanti che contrastano con il linguaggio di buone maniere e ingessato dei protagonisti. Proiezione onirica? Alter-ego grottesco dei personaggi? Un demiurgo che osserva tutto? Non ci è dato saperlo, come è inutile andare a ricercare significati reconditi, perché il teatro di Marthaler è tutto lì, nella sua verità scenica, ed è solo quello che conta, al di là di rimandi concettuali o intellettuali.

Tra sedie che si rompono, bucce di banana per terra, flatulenze indecorose, la farsa è finita: gli attori cominciano a smontare la baracca. Rimane solo la voce della signora Ratinois che continua a dire “Ich, ich, ich”. Chi si cela davvero dietro questo “io”? Perché facciamo finta di essere chi non siamo? Di cosa abbiamo paura? E con queste domande lasciamo la sala, insieme alla prima giornata della Biennale di Venezia.

di Sarah Curati

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