Radiografia esistenziale in età acerba

Nove adolescenti “kamikaze”, diretti e edotti dalla coreografa e autrice Francesca Pennini dietro le quinte e guidati in scena dal co-drammaturgo della compagnia Angelo Pedroni in qualità di maestro/allenatore, si espongono nell’<age> di Collettivo Cinetico allo sguardo degli spettatori; come in un acquario, o attraverso il vetro di una sala esercizi da palestra, innocenti e già leggermente colpevoli, sicuramente complici inconsapevoli del gioco voyeuristico con lo spettatore.


Inseriti in un dispositivo ludico articolato in tre capitoli, con tanto di prologo e titoli di testa, si presentano con falsata eppure imbarazzante innocenza. Indossano le loro divise, ovvero gli abiti quotidiani che li caratterizzano meglio (spunta nel gruppo anche una “girl”-scout), personaggi da videogame, maschere iperreali di se stessi, esecutori di una partitura coreografica e gestuale che si inserisce nella corrente del revival contemporaneo della non-danza – un nome tra tutti il coreografo Jérôme Bel, che nel suo The show must go on (2001) non fa danzare i performers bensì cantare motivetti pop fuori sincrono.
Il meccanismo drammaturgico prevede il susseguirsi imprevedibile di una serie di domande proiettate a mo’ di didascalie, alle quali i performer seduti su una panca laterale rispondono affermativamente ponendosi al centro dello spazio scenico, o negativamente restando seduti. L’inizio e la fine delle azioni sceniche sono scanditi dal suono di un gong, operazione affidata all’orchestratore Pedroni seduto a una sorta di scrivania al lato opposto rispetto agli adolescenti, il quale allo stesso tempo seleziona dei brani da una playlist su un computer portatile.

Se risulta costante e frenetico l’alternarsi di toni e tipologie di domande – si passa infatti dall’individuazione di un piromane nel gruppo alla curiosità più pruriginosa sull’acerba attività sessuale degli under 18 –, si rileva altresì il funzionamento della dinamica statistica come attivazione di un sentimento violentemente lirico che dona una ritrattistica anonima e disarmante; i nove ragazzi non hanno segreti di fronte al pubblico, e non hanno inibizioni, si sottopongono a una radiografia esistenziale in modalità parzialmente imprevista. L’ordine delle domande infatti cambia di volta in volta, scelta registica che comporta una concentrazione piena e vigile da parte dei performer, mentale e corporea. Ed è il corpo – sottile, allenato, seminudo – protagonista del secondo e terzo capitolo di <age>; concluso il “gioco delle domande” si passa agli esercizi ginnici dada-futuristi, qualità quest’ultima riscontrabile nel contrasto tra le disposizioni delle didascalie e la tipologia di movimenti e coreografie.
La parola è usata nel suo essere dissacrante come un utensile inutile e privo di senso, in antitesi con la spontaneità originaria dei corpi e dei volti – colti tra una pausa scenica e l’altra in “effetti di istantanea” come dinanzi a una macchina fotografica. Didascalico in tal senso è l’esercizio nel quale i nove ragazzi creano una sorta di alfabeto umano scrivendo “These are words like these are”. Concettuale, autografato (compare a un tratto il nome dell’autrice Francesca Pennini nelle didascalie), ironico e macchinoso, <age> si conclude con un susseguirsi di azioni corrispondenti a un comportamento, dove l’intimidazione, ad esempio, è resa attraverso una buffa scultura corporea, come un animale preistorico incoronato da una cresta minacciosa.

In tema di iperboli e audacie performative c’è anche l’attraversamento dell’evento da parte dei parenti di alcuni performers e il sedersi tra il pubblico di alcuni di loro alla didascalia “mimesi”, a sottolineare il meccanismo straniante del guardarsi-guardare, specularità dell’atto visivo che risulta il dato sensoriale predominante nel semi-totale mutismo della partitura verbale (composta da grida, canzonette e frasi senza senso).
Siamo oltre lo spettacolo di danza, o di fronte a una spettacolarizzazione ineludibile? E dove risiede l’elemento spettacolare in una messa in scena minimale e scarnificata? Il corpo nel suo installarsi al centro dello spazio scenico, assurge a vettore di significazione, comunicante attraverso una fredda e precisa gestualità e colto nel suo farsi sagoma da modellare e da scolpire nel tempo. Un tempo atomico dove ogni azione prende “quattro minuti e trentatrè” in rimando a John Cage e che funziona autonomamente rispetto al tempo mondano nel suo rappresentare il concetto di “età”, che si intenda costrittivo come una gabbia o esaltante e innocente come un esercizio di ginnastica esistenziale.

di Angela Bozzaotra

foto di Carolina Farina

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