La musica contro l’immobilità in Christoph Marthaler

“Sono io”. Silenzio. “Sono io”. Silenzio. “Sono io”. Silenzio.
“Buongiorno moglie mia”. Silenzio. “Buongiorno moglie mia”. Silenzio.
Inizia così lo spettacolo di Christoph Marthaler “Una île flottante” , tra parole precise e lunghe pause prima che arrivi una risposta. Immobilità e distanza regnano.
Monsieur Malingear e Madame Malingear (rappresentati rispettivamente da Marc Bodnar e Charlotte Clamens) sono seduti entrambi in poltrona ad almeno 3 metri di distanza. Non si guardano. I loro corpi congelati aderiscono perfettamente alla loro sedia. A dettare il tempo, i continui e lenti rintocchi di una campana in sottofondo, accompagnano il silenzio, spezzato da un immobile discorso di robotiche frasi borghesi.
A dominare la scena: staticità, lentezza e un’estrema mimica facciale.

Il contorno? Realizzato dalla scenografa Anna Viebrock, straborda e cresce: ritratti giganti appesi al muro, tavolini ricolmi di soprammobili, animali impagliati che spuntano di continuo. Inizialmente tutto ha un sapore classico e di morte. Ben presto, però, tutto si colora di un giallo color dell’arpa, oggetto sempre presente a destra della scena e simbolo eterno della musica.
La “musica”, appunto, gioca un ruolo fondamentale durante tutto lo spettacolo. I forti “gong” segnano i rapidi cambiamenti di scena; appaiono e scompaiono numerose tipologie di radio grazie alle quali i personaggi giocano e mostrano il vero lato di sé, la loro verità, se stessi; c’è chi balla, chi si perde dietro al filo della spina o chi si arrampica ovunque nello spazio per trovare il giusto canale.

Il personaggio più onesto: Emmeline (interpretata dalla straordinaria Carina Braunschmidt), figlia dei Malingear, la figlia un po’ strana e stupida a cui i genitori danno poco retta, ma anche l’innamorata di Frédéric (Raphael Clamer) che vuole averla in moglie. Il matrimonio tra i due diventa la questione centrale, che porta al bizzarro incontro tra le due famiglie, i Malingear e i Ratinois. Entrambi pronti a “far vedere” il meglio di se. A mostrare, far credere di essere ciò che non sono, ciò che vorrebbero essere, importanti e ricchi.
“Non me ne vergogno, ma perché far sapere a tutti che sono un ex pasticcere?” ripete spesso Monsieur Ratinois a sua moglie.

La vergogna e la paura del rifiuto spinge a falsare le cose. Si cerca di fingere e giustificare fino alla fine. Siamo solo noi, il pubblico, a vedere la realtà così com’è, a osservare i lati crudi di questi personaggi, e a riderci tra una gag e l’altra. Noi e qualcun altro: la signora in rosso, un personaggio esterno, che tutto osserva dall’inizio alla fine. Sempre presente in scena, quasi a farsi beffa dei personaggi, li scruta, ripete le loro parole e li interrompe con i suoi profondi flussi di coscienza.

Tutto sembra chiaro, eppure, le domande che sorgono in mente sono tante:
cosa rappresenta la signora in rosso? È forse la signora Emmeline da vecchia? O rappresenta, invece, la società che dopo decenni si osserva e si riflette nel grande specchio posto lì in scena di fronte al pubblico?
Forse, non lo sapremo mai. Intorno alla genialità di un grande regista come Marthaler, c’è sempre tanto da scoprire.

di Annachiara Margapoti

foto di Carolina Farina

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