Un incontro con Christoph Marthaler

Classe ’51, nato a Zurigo, formatosi poi a Parigi con il mimo Lecoq, Christoph Marthaler inizia giovanissimo come musicista nella Basilea negli anni Settanta, per poi allestire regie teatrali ovunque: “nelle stazioni, nei padiglioni […] al Teatro Comunale”. Plasma la scena e l’attore “come un lavoro di artigianato”, ottenendo negli anni importanti riconoscimenti quali il Premio Ubu e il Premio Europa (1999).

La sua carriera è fatta in primis di incontri, come racconta: uno tra tutti quello con la scenografa Anna Viebrock che sancisce un’unione artistica dove risulta fondamentale lo studio dello spazio scenico, sotto forma di veri e propri sopralluoghi in occasione dell’allestimento degli spettacoli. Secondo incontro da rievocare, quello con Malte Ubenauf, anche lui regista, avvenuto a Salisburgo in occasione di un laboratorio, al quale il dramaturg partecipa come uditore. Il succedersi delle collaborazioni (e delle contaminazioni) porta al definirsi di uno stile, estremamente personale e riconoscibile, dove l’attore è anche co-autore dello spettacolo. Afferma Marthaler: “L’attore è la cosa più importante”, “ognuno ha una sua personalità, un suo fascino”, tutto si incentra su un lavoro aperto e condiviso, come in un’orchestra. Ed è la musica il collante della poetica marthaleriana, laddove lo spettacolo spesso consiste in un “patchwork”, stratificata partitura musicale da mettere in scena coralmente, seppure con la presenza di monologhi (come nello spettacolo Une Île Flottante visto al Teatro alle Tese dell’Arsenale). I riferimenti in campo musicale spaziano da Erik Satie a Schönberg, Bach e la musica modulare, fino ad arrivare alla qualità conviviale del canto corale. La pratica preferita da Marthaler è quella di “cantare assieme” ai suoi attori per instaurare un rapporto “al di fuori del teatro”; anche per “trovare l’ispirazione” si guarda al di fuori dell’edificio teatrale, con viaggi soprattutto. Per la messa in scena del Fidelio del 1998 ad esempio, il regista si lascia ispirare dalla peculiare architettura di un carcere veneziano.
Altre figure importanti per i suoi processi creativi, afferma Marthaler, sono stati il drammaturgo Ödön von Horváth, Goethe e il cineasta Luis Buñuel: ma appare evidente che il regista non vuole rivelare tutto di sé. Nel suo percorso ha attraversato l’opera di numerosi e diversi autori, da Labiche a Shakespeare, dal dramma al vaudeville. Una cosa però è chiara, e diverte molto il folto pubblico presente in sala: “è commuovente vedere le debolezze dei personaggi”, per risaltare quel lato comico da slapstick comedy, dove anche una caduta, accidentale e buffa, rompe il meccanismo drammatico. Ed è proprio questa la rivelazione della conferenza-intervista avvenuta presso la Sala delle Colonne appena ventiquattro ore fa: Marthaler non si sente “il papà” dei suoi attori, ma conserva e preserva il suo lato infantile, che sa ridere della goffaggine altrui e sa impressionarsi e lasciarsi attraversare dall’“improvvisazione, che avviene inaspettatamente”. Un autore geniale nel suo essere trasversale, attraversando generi, autori e immaginari di epoche e luoghi lontani che continuano ad affascinare e ispirare chi ne sappia cogliere la bellezza, come resistenza all’“abisso in cui è sprofondata l’umanità”.

di Angela Bozzaotra

Foto di Pia Salvatori

 

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