Colore, locale, Biennale

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Luca Scarlini:

Festival ha dentro l’etimologia del nome l’idea di festa, occasione, sorpresa. Così come Richard Wagner ha definito una volta per tutte l’argomento con la creazione del suo teatro-tempio a Bayreuth nel 1876, questa emozione avrebbe dovuto declinarsi in un sentimento religioso dell’arte. In epoca postmoderna il sacro ha sempre più difficoltà di dimora nei teatri e la disposizione alla epifania dello spettatore senz’altro diminuisce a vista d’occhio. Non per caso: alla Biennale, come nei maggiori momenti del teatro europeo e non solo (Avignone, Edimburgo, Bruxelles etc.) chi guarda ha sempre più caratteristiche di specializzazione.

 

Che si tratti di critico, organizzatore, staff, stageur, “collegiale” (nel senso di partecipante ai Colleges) o di utente, lo sguardo è insomma in partenza critico, supercilioso; i termini usati per commentare quindi sono spesso blasé, quando non decisamente aggressivi. Oscar Wilde, nella sua precisa visione dei fatti culturali, aveva divinato nella sua prosa cristallina Il critico come artista, e nella definizione di questo meccanismo culturale, il festival è un appuntamento di mezzanotte, una cartina di tornasole. Spigolando tra conversazioni intrasentite nei foyers o in quel momento, silloge di ogni desiderio, che si riassume nei minuti in cui, occupato il proprio posto, si attende che la luce venga meno, per passare alla concentrazione sulla scena, si sentono note ricorrenti. Per restare ai primi tre giorni di Biennale Teatro 2015 registro, senza pretesa di completezza: “certo che Ostermeier è davvero anti-Merkel”, “Ursina Lardi non è sexy come Hanna Schygulla”, “però Luis Pasqual è troppo classico”, “ci sono troppi spagnoli nel programma”, “non mi piace lo humour svizzero” (sentita tre volte, a commento del meraviglioso Une île flottante di Christoph Marthaler). Altrettanti elementi di quello che si potrebbe definire “lessico da festival”: l’idioma sintetico, fatto di incisi replicabili, per potersi smorzare quando la sala va al buio, che è proprio del pubblico, quella creatura che vive nell’oscurità e nel silenzio imposti definitivamente proprio dal teatro-culto di Bayreuth. Prima come gli storici dello spettacolo raccontano sempre con una punta di nostalgia il mito settecentesco (cui Venezia ha contribuito in modo determinante) nei teatri si giocava, si fumava, si faceva perfino all’amore. Insomma la tensione tra “già visto” e meraviglia consuma l’attesa e l’epilogo dello spettacolo, determinando il preciso colore locale dei festival.

Luca Scarlini, saggista, drammaturgo, storyteller in scena, spesso insieme a cantanti, attori e anche in veste di interprete. Insegna all’Accademia di Brera e in altre istituzioni italiane e straniere; collabora con numerosi teatri e festival in Italia e all’estero. Collabora con Radio3 e ha scritto in molti contesti delle relazioni tra musica e società, intervenendo nei programmi di sala di vari teatri europei, curando anche rubriche per il Teatro Regio di Torino; suoi testi sono tradotti in numerose lingue. Tra i suoi libri: La musa inquietante (Cortina), Equivoci e miraggi (Rizzoli), D’Annunzio a Little Italy (Donzelli), Lustrini per il regno dei cieli (Bollati Boringhieri), scrive regolarmente su “Alias” del Manifesto e su “L’Indice dei Libri”.

http://www.lucascarlini.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...