Tra Saramago e Foucault: l’universo distopico di La Zaranda

“Tutti gli animali sono eguali” è un adagio conosciuto anche dai maiali: eppure è proprio tra di essi che si insinua l’eccezione alla regola, quella violazione per la quale “alcuni sono più eguali degli altri”. È questo un corollario salvifico, necessario a preservare lo status quo piramidale grazie al quale una moderna fattoria può assicurarsi un’efficienza fordista e un sufficiente margine di profitto. A nulla può valere il tentativo individuale di opporsi in nome di un superiore principio di giustizia o di un più personale senso di dignità: la rivolta contro il Potere è destinata a fallire, stritolata tra le sue tentacolari ramificazioni.

È una realtà orwelliana quella tratteggiata da La Zaranda in El Règimen del Pienso, creazione nella quale la compagnia spagnola fonde, con esiti altalenanti e ritmi lenti, intenti satirici e stilemi distopici, riflessioni filosofiche sulla condizione umana e considerazioni metateatrali. In un’oscurità frammentata solo dai deboli fasci di luce di alcune lampade da ufficio, tre uomini in camice da chirurgo (Luis Enrique Bustos, Gaspar Campuzano e Francisco Sanchez, forse più noto con lo pseudonimo di Paco de la Zaranda col quale firma gli spettacoli) aspettano che qualcosa o qualcuno li interrompa dall’indolenza: il gesto di coprirsi con le mani occhi, bocca e orecchie, come le scimmie del motto, sembra denunciare l’apatica indifferenza che attanaglia nell’immobilismo una contemporaneità sociale e ‑ si direbbe ‑ teatrale. La fin troppo densa drammaturgia di Eusebio Calonge conduce lo spettatore all’interno di un ambulatorio dove i tre dissezionano un umanissimo suino (Javier Semprún), vittima di una misteriosa epidemia che sta decimando l’allevamento. Il morbo sconosciuto ‑ che ricorda la cecità narrata da Saramago e il cui vaccino è un paradossale controllo malthusiano delle nascite ‑ è tuttavia un epifenomeno di una ben più grave crisi di bilancio che consente all’azienda di licenziare indiscriminatamente un anziano dipendente. La tematica esistenziale si alterna così con l’aspra critica ai meccanismi assurdificanti del lavoro contemporaneo; grazie a una scenografia scarna e tuttavia modulabile, composta soltanto da scaffali e pile di polverosi faldoni, lo spazio dell’azione muta allo stessa frequenza della flessibilità impiegatizia. La recessione altera i territori della quotidianità, mentre spread e bitcoin cancellano spazi e confini e li rendono altrettanto virtuali: e La Zaranda affronta le ricadute intime di una crisi ormai non più economica ma sociale.

EL REGIMEN DEL PIENSO 3_@Víctor Iglesias
foto di Víctor Iglesias

La labirintica e vuota burocrazia all’interno della quale si muove l’anziano disoccupato, e che tanto ricorda lo Spregelburd di Furia avicola, sembra avere come unica via di uscita una follia non più dionisiaca e profetica: essa è adesso la pericolosa deviazione dalla norma, la minacciosa ribellione al conformismo. In un ennesimo e forse eccessivo innesto tematico, la perdita del lavoro è per l’uomo soltanto l’anticamera di un percorso umiliante nelle stanze del controllo medico, dove un Potere foucaultiano reprime e annienta il diverso. Gli algidi dispositivi ospedalieri e una psichiatria sempre più farmacologica costituiscono l’obiettivo critico ‑ un po’ datato ‑ del secondo segmento del El Régimen del Pienso: e il cortocircuito sonoro tra la prima persona singolare del verbo “pensare” e la parola spagnola per “mangime” apre a nuove interpretazioni critiche l’ultima opera del collettivo andaluso.

Nell’intermezzo comico durante il quale gli ex colleghi, indossando stranianti maschere da maiali, provano a inscenare la triste vicenda dell’epidemia e dell’impiegato licenziato, appare traslucida una satira di una comunità teatrale dilaniata tra considerazioni estetiche e sempre più industrializzata, incapace di percepire, nel claustrofobico ambito delle disquisizioni su post-modernità e antirealismo, l’orrore della vita che scorre lontano dai sipari. E tuttavia la parodia di un côté intellettuale e snob si dissolve in una sovrabbondanza di bersagli polemici, che appesantisce un’operazione già indebolita dall’esasperata dilatazione dei tempi. Si esce soprattutto storditi dal Teatro Piccolo Arsenale: e forse, tra accuse alla società culturale e invettive contro gli ingranaggi del Potere, avremmo dovuto allontanarci indignati.

di Alessandro Iachino

foto di Víctor Iglesias

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