Creazione drammaturgica, impressioni dai laboratoristi della Biennale

Recitazione, regia, illuminotecnica, comunicazione e drammaturgia. Come abbiamo già avuto modo di riferire, questa 43a edizione della Biennale Teatro non si presenta soltanto come una mostra del teatro internazionale, ma è anche uno spazio per l’insegnamento e il confronto con gli artisti e le tendenze contemporanee.

Dal 30 luglio al 3 agosto si sono svolti due laboratori di drammaturgia: due metodi, due suggestive scritture provenienti dal panorama teatrale francese contemporaneo, Pascal Rambert e Yasmina Reza.
Alcuni studenti dei laboratori ci hanno raccontato il proprio lavoro di questi giorni. Le loro impressioni svelano i percorsi che spesso rimangono nell’ombra: da dove si inizia, quali sono i processi creativi della scrittura per il teatro, come comporre una scena…

Yasmina Reza (1959), attrice, drammaturga e scrittrice di diversi romanzi e sceneggiature, ha vinto alcuni premi tra cui il “Premio Molière”. Conduce il suo laboratorio di scrittura a partire dalla riflessione intorno a diverse immagini, fotografie scattate a Venezia, e dalle quali sorgono i nodi drammatici, assieme ad altri oggetti (vestiti) portati dagli studenti. Il suo metodo si basa innanzitutto sull’improvvisazione, ossia sulla creazione nello spazio e sullo sviluppo di un’azione. Si tratta di un processo specialmente fisico: «il lavoro inizia dai nervi» – ci riporta una studentessa –, dal corpo presente e dalla situazione intima del personaggio. Concentrazione sulla parola, sintesi. Da questa enfasi sulla singola battuta e sulla precisione del gioco improvvisativo, si crea la situazione drammatica e si scoprono i ritmi propri della scena.

Pascal Rambert (1962), attore, regista, scenografo e coreografo, ha scritto anche poesie e racconti. Durante la sua carriera ha vinto diversi premi internazionali tra cui l’ultimo “Prix de l’auteur” per Clôture de l’amour ai Palmarès du théâtre (2013). Il percorso guidato dal drammaturgo si fonda sull’improvvisazione nello spazio scenico, sullo sviluppo spontaneo e multiforme di una situazione. Sono gli stessi partecipanti a mettersi in gioco e a generare complicità tra i compagni. Il metodo quindi intende sviluppare una scrittura collettiva a partire da una situazione concreta, per poi cercare la sintesi degli argomenti, la giusta parola. La scena si arricchisce di sfumature: «non tutto quello che è presente è scritto», evidenzia uno dei partecipanti.

Corpo, ascolto e sintesi sono forse le parole chiave dalle quali nascono le riflessioni di questi drammaturghi. La scrittura teatrale è un mestiere che implica la sperimentazione delle propie parole. Non si parte quindi da una storia o da un tema astratto bensì dallo spazio proprio, dalla concretezza di una sensazione, di un’immagine per poi incamminarsi verso la parola, l’azione, verso il personaggio…

di Pía Salvatori

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