Castellucci e la Biennale tra creazione e innovazione

Si è articolata e strutturata negli anni la relazione tra Romeo Castellucci e la Biennale di Venezia. Ai due estremi, altrettanti momenti significativi: il regista di Cesena fu direttore, nel 2005, di una edizione vorticosa e sperimentale; poi nel 2013 il geniale e visionario artista è stato insignito del Leone d’Oro alla carriera.
Ma, nel frattempo, Castellucci ha portato in laguna spettacoli e realizzato intensissimi workshop. Indimenticabile, ad esempio, l’affondo nella “follia” e nella possessione – in una rossissima sala del Teatro La Fenice – che si concretizzò in un lavoro come Attore, il tuo nome non è esatto nel 2011, nucleo ribollente di un gruppo di esiti scenici di laboratori.


Per l’edizione di quest’anno della Biennale Teatro, Romeo Castellucci ha portato – negli spazi suggestivamente “classici” del Conservatorio Benedetto Marcello – il suo Giulio Cesare. Pezzi staccati e sta conducendo un workshop, questa volta teorico, dedicato alla regia.
A ricostruire la lunga avventura veneziana di Castellucci arriva anche un preziosissimo libro: Toccare il reale, L’arte di Romeo Castellucci, edito da Cronopio. È un volume collettaneo, curato con passione e intelligenza da Piersandra Di Matteo, studiosa e dramaturg con il regista.
Il libro accoglie i pensieri di studiosi di teatro, di teorici della performance che «si fronteggiano dagli opposti estremi del pianeta, dal Giappone e dagli Stati Uniti, di un teologo attento “al rapporto inquieto tra Chiesa e Arte contemporanea” di una delle figure di maggior rilievo dell’École de la Cause freudienne di Parigi, e di un giovane artista». Un coro di voci, dunque, di prospettive e idee che accerchiano l’opera di Castellucci, ne sviscerano temi e prospettive, ne enucleano aspetti reconditi o fondanti (cui danno ottimi contributi anche le immagini di Luca Del Pia, Guido Mencari, e altri).
A far da spunto alla pratica e dell’analisi critica del libro, allora, sembra essere proprio quella esperienza veneziana del 2005.
Scrive la Di Matteo: «Sono trascorsi dieci anni dalla 37esima Biennale Teatro diretta da Romeo Castellucci. Volgere da qui lo sguardo a quelle giornate di settembre 2005, apparse eccezionali e fugaci come una cometa, è dare “voce a un silenzio”, è mettere in levare – con cautela archeologica e in punta di lingua – parole che sappiano attraversare “una costellazione carica di tensioni”, quella subliminale scia siderea di polvere e minerali, esiliata ai bordi del discorso. Si tratta di aprire uno spazio di scrittura s un evento che mostrava, già nelle sue pieghe, di esorbitare dalla contingenza (…) La Biennale di Castellucci è stato un evento tanto decisivo quanto misconosciuto (dalla stampa del tempo e dalle narrazioni successive) che ha continuato a lavorare in modo carsico non come un fondamento ma come un generatore, istallato in una latenza, nei recessi del corpo degli spettatori, nelle accensioni di senso di un rinnovato vocabolario della scena, nel modo di concepire la corporeità, la materia e l’essere in comune».
Il libro è un percorso millimetrico e poliedrico: voci che si inseguono, evocando Artaud o l’Epopea della polvere, l’invenzione delle immagini o l’uso del corpo; insistendo su alcuni lavori come Go down Moses o Sul concetto di volto nel figlio di Dio; o ancora focalizzandosi su oggetti, suoni, colori degli spettacoli. Nel volume, poi, si tiene in debito conto quell’omaggio-attraversamento che la città di Bologna ha dedicato al Maestro, raccolto nella bellissima manifestazione dal titolo e la volpe disse al corvo, nel 2014: «attraversare, rievocare, raccontare, far rivivere in un focus di cinque mesi più di trenta anni – scrive il critico Massimo Marino – sembrava compito arduo, non solo per la volatilità degli spettacoli (…) “e la volpe disse al corvo” invitava a un doppio viaggio: nel tempo della Raffaello Sanzio – insieme archetipico, storico e contemporaneo – e nello spazio della città».
La “restrospettiva” bolognese ha avuto momenti assoluti, tra cui Uso umano di essere umani, con la folgorazione antica della Lingua Generalissima; la ripresa del bellissimo Parsifal o quel Giulio Cesare del 1997, riportato alla luce dei Pezzi staccati e ora alla Biennale 2015.
In Toccare il reale si rievoca tutto questo e molto altro: il livello di discussione è altissimo, la prospettiva è assolutamente indicativa (anche se volutamente non esaustiva), nella consapevolezza che – scrive Marco De Marinis – con Romeo Castellucci «siamo di fronte non soltanto a un protagonista assoluto della scena contemporanea, i cui lavori sono stati presentati in più di cinquanta Paesi e prodotti dai più prestigiosi teatri e festival del mondo; siamo di fronte soprattutto a un artista che ha contribuito a cambiare profondamente il modo di pensare e di fare teatro nella nostra epoca, così come ne furono capaci, ai loro tempi, i maestri del Novecento: i fondatori della regia all’inizio del secolo scorso e i capofila del Nuovo Teatro nel secondo dopoguerra».

di Andrea Porcheddu

di Guido Mencari

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...