Il “re-enactment” come nuovo formato di teatro politico in Milo Rau

Peter Weiss, scrittore e drammaturgo tedesco reso famoso dall’opera teatrale L’Istruttoria (1965), scriveva nei suoi Appunti sul teatro documentario che “verbali, atti, lettere, tabelle statistiche, annunci di borsa, rendiconti consuntivi di banche e aziende, dichiarazioni del governo, discorsi, interviste, dichiarazioni di personalità famose, reportage giornalistici e radiofonici, foto, documentari di cronaca e altre testimonianze del presente costituiscono la base della messa in scena”.

E proseguiva: “sulla scena si mostra una scelta che si concentra solitamente su un argomento sociale o politico. Questa scelta critica e il principio secondo cui gli estratti della realtà vengono montati danno la qualità della drammaturgia documentaria”.

Nello stesso panorama creativo si inserisce il lavoro del regista svizzero Milo Rau, che presenta, alla Biennale Teatro 2015, Hate Radio (2011). L’artista ricostruisce filologicamente una puntata della trasmissione della stazione radiofonica rwandese RTLM, Radio-Télévision Libre des Mille Collines, che riuscì a fomentare la violenta ideologia Hutu e passò alla storia come uno degli strumenti propagandistici più crudeli durante il genocidio rwandese del 1994.

Il nuovo formato di teatro politico di Rau, definito re-enactment e incentrato sulla ricostruzione artistica di eventi storici crudeli, era già presente ne Gli ultimi giorni dei Ceauşescu (2009). Basando la messa in scena su un video originale, il regista rimette in vita il processo del dittatore rumeno Nicolae Ceauşescu e di sua moglie Elena, avvenuto il giorno di Natale del 1989.
Brevik’s Statement (2012), presentato quest’anno in prima nazionale al Festival di Santarcangelo, è invece una performance incentrata sulla lettura della dichiarazione difensiva che Anders Breivik, il norvegese di estrema destra che nel 2012 uccise 77 persone sull’isola di Utøya, portò davanti al giudice di Oslo.
Oggi Milo Rau ha intrapreso un percorso di riflessione sull’Europa che convoglierà in una trilogia della quale The Civil Wars (2014) è il primo capitolo.

La componente centrale della sua creazione non è solo la realtà, ma la verità come ri-petizione di una situazione. La drammaturgia dei differenti documenti scelti dal regista racconta gli eventi con distacco, quasi didatticamente, e lo spettacolo diventa una sorta di fotografia oggettiva della realtà, che vuole lasciare massimo spazio interpretativo allo spettatore. Gli spettacoli di Rau e dell’IIPM (International Institute of Political Murder) sono, dunque, perfette ricostruzioni di eventi storici passati e solitamente sono accompagnati anche da conferenze, dibattiti, mostre, installazioni e pubblicazioni.
Oltre al teatro, Rau si dedica anche al cinema. Nella trilogia The Moscow Trials si raccontano tre processi penali che si svolsero in Russia contro quell’arte che veniva dichiarata sovversiva: Caution! Religion (2006) e Forbidden Art (2003), sono due pellicole che documentano la violenza dei movimenti ultranazionalisti russi contro le esposizioni di arte visiva considerate sovversive e blasfeme per la Chiesa ortodossa. In Pussy Riot (2014), sempre attingendo alle tecniche del teatro politico, viene affrontato l’arresto delle attiviste del gruppo punk Pussy Riot avvenuto nel 2012. Nel marzo 2013, Rau scelse la piazza nel centro Sakharov di Mosca come palcoscenico per un processo “farsa” che mise in scena le diverse fazioni complici nella guerra culturale russa. I tre giorni di processo, in cui irruppero le autorità russe e delle unità di cosacchi, sono documentati nel film.
In un’intervista Milo Rau dice che il “teatro deve essere un’esperienza trasformativa”. Ma può un teatro politico, che si fa specchio fedele della verità, traducendo didatticamente un segmento di realtà, far entrare empaticamente il pubblico in una simile esperienza performativa? O l’osservazione resterà totalmente distaccata, quasi estranea, come può accadere davanti a un film documentario appunto, o a una fotografia di reportage di guerra?

È vero che nel 2007 il regista ha fondato l’International Institute of Political Murder (IIPM), non un gruppo di teatro indipendente, ma un corpo destinato a intraprendere un lavoro accademico che riflette teoricamente, attraverso il teatro, l’arte visiva, il film e la ricerca sull’idea di re-enactment. Ma se l’arte e la politica, come diceva il grande autore e regista tedesco Heiner Müller, “non funzionano come due ingranaggi sincronizzati; un’idea non può essere trasposta semplicemente in un’immagine, a meno di ottenere un quadro storto o un’esplosione dell’idea”, potrà avvenire l’esplosione?

di Francesca Giuliani

di Zeno Graton 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...