Lauwers alla Biennale Teatro 2010-2015: un percorso con gli articoli del laboratorio di critica

Jan Lauwers, alla Biennale 2015 il 5 agosto con The blind poet, è un artista che è stato più volte protagonista del festival veneziano diretto da Àlex Rigola: dal primo laboratorio del 2010, fino al bellissimo Isabella’s Room, poi con il lavoro sui Sette peccati e su Shakespeare, fino al Leone d’Oro 2014.
Ripercorriamo la sua presenza alla Biennale Teatro attraverso articoli, interviste, recensioni e approfondimenti prodotti in questi anni dai partecipanti al laboratorio di critica, che hanno seguito il percorso di Lauwers e della sua Needcompany fra laboratori, spettacoli, incontri.

> 25>29 ottobre 2010: Jan Lauwers conduce il laboratorio Il più mortale dei peccati, raccontato dal reportage di Tommaso Chimenti con 3 articoli e una bella intervista
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41° Festival (2011): Needcompany è a Venezia con lo spettacolo Isabella’s Room e un laboratorio nel contesto del progetto Sette peccati, che ha avuto un esito pubblico nella presentazione del lavoro The slow lie.
Articoli, interviste e approfondimenti sono pubblicati online e sul quotidiano della Biennale Teatro “L’Ottavo peccato”.
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43° Festival (2013): Lauwers torna a Venezia con un laboratorio, inserito nel percorso Shakespeare x 5, il cui focus è stato Re Lear, e che ha avuto un esito finale inserito nel progetto degli spettacoli itineranti dedicati al Bardo; ma Needcompany è alla Biennale anche col suo Marketplace 76, uno dei lavori più recenti.
Il quotidiano diretto da Andrea Porcheddu, con il nuovo titolo de “La Tempesta”, ha documentato e raccontato ogni evento anche in questa edizione.
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> Biennale College – Teatro (2014): Jan Lauwers, Leone d’Oro 2014, è alla Biennale con un laboratorio dal titolo Just for Venice.
Foto, racconti, interviste dal workshop e il discorso del Leone d’Oro sul blog del laboratorio di critica, “Biennale Theatre Community”
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25>29 ottobre 2010: il laboratorio Il più mortale dei peccati

La prima edizione della Biennale Teatro diretta da Àlex Rigola si sviluppa fra ottobre 2010 e marzo 2011, attraverso 7 laboratori consecutivi con alcuni maestri della scena europea (Romeo Castellucci, Rodrigo García, Lauwers, Ricardo Bartís, Thomas Ostermeier, Calixto Bieito, Jan Fabre).
Il workshop diretto da Jan Lauwers, dal titolo Il più mortale dei peccati, era rivolto a danzatori, attori e performer, che hanno lavorato sulle tecniche di improvvisazione e sulle strategie di “demistificazione della convenzione teatrale”, affrontando fra l’altro testi di Moravia e Oscar Wilde.
Qui, fra il 25 e il 29 ottobre 2010, al Teatro Piccolo Arsenale, comincia la relazione fra la Biennale e l’artista fiammingo, nonché la conoscenza della sua opera da parte del laboratorio di critica che ha accompagnato il progetto in questi anni.

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Andrea Porcheddu introduce il teatro di Lauwers e della sua Needcompany:

Demistificazione: ecco la parola-chiave del laboratorio che si apre oggi sotto la direzione di Jan Lauwers. E in effetti, il lavoro di questo eclettico artista può essere collocato nel regno della decostruzione, dello scavo dall’interno, del ribaltamento – intellettuale, fisico, persino morale – delle regole che vigono non solo sul palcoscenico, ma anche nella vita.
Irruento e commovente è il suo teatro: sempre indefinibile o inafferrabile, in termini di catalogazione. Teatro, danza, musica, performance, arti visive: tutto si dipana in piani narrativi che prevedono quasi sempre la simultaneità, la contemporaneità, l’invasione pressoché totale dello spazio deputato. Il palcoscenico, infatti, esplode letteralmente di vitalità, consegnando al pubblico il compito (spesso divertente, altre struggente) di seguire vite e percorsi di una umanità costantemente al margine.

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Il laboratorio è raccontato da Tommaso Chimenti, che ne ha seguito i lavori.

> Chapter 1: “Love is truth” (26 ottobre 2010)
Il Piccolo Arsenale ha poltroncine rosse con l’anima in legno. Dalle pareti spuntano, insieme minacciosi e protettivi, piccoli mattoncini bianchi sbeccati. A pochi passi da qui infuria la Biennale d’Architettura. Alle 10.30 in punto il Maestro, quasi spazientito, dice: “Cominciamo?!”. Freme. La puntualità prima di tutto. I diciotto ragazzi, da Spagna, Italia, Francia, Svizzera, Germania, Sud Corea, quattordici donne e quattro uomini, sono sul palco. Fanno stretching, si scaldano, si riscaldano. I vestiti larghi dai colori sgargianti, i calzini che calano verso le caviglie, che colano a terra. Sono danzatori, dopo tutto. Lui, lo chiameremo così da ora in avanti, sta in piedi sulla scena. Camicia nera, completo nero, calzini neri. Si è tolto le scarpe per salire sulle tavole sacre.

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> Chapter 2: “The tragedy of applause” (28 ottobre 2010)
ul tavolo della regia frutta e biscotti in sacchetti trasparenti. Nell’aria si spande un odore di mandarini: che fa casa, fa famiglia, fa insieme. Il tutto è colloquiale, informale. I ragazzi, ormai uomini e donne, arrivano prima per riscaldarsi. Professionali e precisi.
Oggi parleremo di loro, ché senza non si farebbero i laboratori. Ché senza gli attori, i danzatori, non ci sarebbe il teatro.

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> Chapter 3 “The show must go on(1 novembre 2010)
Quattro giorni per arrivare ad una creazione collettiva di cinquanta minuti, dove sono emerse le varie personalità dei danzatori, la tecnica del regista, la passionalità del gruppo, un cumulo di persone affiatate, vicine, coinvolte, complici. Il regista belga è riuscito a trovare l’alchimia giusta, coniugare le diverse esigenze in una “filata finale” che chiamare “saggio” sarebbe riduttivo e chiamare spettacolo sarebbe eufemistico. Una buona prova d’insieme. Lauwers è riuscito a legare le varie parti singole, a cucire i pezzi in un insieme drammaturgico, in un fil rouge dove le potenzialità di molti protagonisti sono emerse.

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Il reportage di Tommaso Chimenti dal laboratorio di Jan Lauwers si chiude con una bella e ricca intervista all’artista, che affronta il metodo di lavoro nel workshop per arrivare all’opera del maestro, al rapporto fra i linguaggi che utilizza e ai temi che affronta.
Leggi l’intervista su BiennaleChannel >>> 


41° Festival (2011): lo spettacolo Isabella’s Room, il laboratorio The slow lie e l’esito finale nello spettacolo-itinerante Sette peccati

Per iniziare, un’analisi di Carlotta Tringali sul teatro fiammingo alla Biennale Teatro 2011, presente con Jan Lauwers e Jan Fabre.
Leggi l’articolo su BiennaleChannel>>>

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Una articolo di Tommaso Chimenti su Isabella’s Room…

Nel laboratorio-studio di Jan Lauwers, il Maestro fiammingo crea danza, scrive, compone musica. Il teatro concede e concentra, spazia e amplia. Una stanza. Dentro e fuori. Come quella della “sua” Isabella. Una stanza, quattro mura possono essere un mondo. Possono chiudere, ma a occhi chiusi, nelle bende della cecità, aprono all’infinito.

Continua a leggere su “L’Ottavo peccato”…>>>

… la recensione dello spettacolo a firma di Andrea Pocosgnich…

La necessità di partecipazione con l’altro è d’altronde già racchiusa nel nome stesso del collettivo. E una delle più evidenti qualità del regista fiammingo, fondatore della compagnia insieme alla coreografa Grace Ellen Barkey, è relativa proprio all’atmosfera creata sul palco, a rischio di contagio per il pubblico.

Continua a leggere su “L’Ottavo peccato”… >>>

…e una prospettiva di Sergio Lo Gatto fra lo spettacolo e il lavoro del gruppo.

“Isabella’s Room” è una ghost story, una storia di fantasmi che ha i tempi di una evocazione. I singoli frammenti performativi sono parti di una funzione, una sorta di sacramento, un rito di addio. Ed è qui che la natura leggera ed eterea di questa sorta di musical ultra-sperimentale svela con grande finezza il vero volto del messaggio, denso di tristezza, di desolazione.

Continua a leggere su BiennaleChannel…

Per finire, un racconto di Fabiana Campanella dagli esiti finali dei 7 micro-spettacoli inseriti nel percorso itinerante Sette peccati, e frutto di altrettanti laboratori.
Leggi l’approfondimento su BiennaleChannel >>>

 


43° Festival (2013): lo spettacolo Marketplace 76, il laboratorio dedicato a Re Lear all’interno di Shakespeare x 5 e il suo esito finale

La recensione di Sergio Lo Gatto allo spettacolo Marketplace 76:

Bastano 76 giorni e tre intere stagioni a dimenticare una tragedia? In una notte di primavera un piccolo paese di montagna viene svegliato da un’esplosione che uccide trenta persone. Occorrerà un lungo rituale per «comprendere ciò che non si può comprendere», passando da una grottesca cerimonia di commemorazione delle vittime al delirio di massa che confonde realtà e materializzazione del dolore. “Marketplace 76” mette in scena un dolore che si fa sonno della ragione e genera mostri sociali, gettando la comunità in una perversa e grottesca spirale di violenza.

Continua a leggere su “La Tempesta”…


Biennale College Teatro (2014): Lauwers è Leone d’Oro 2014 e torna alla Biennale con il laboratorio Just for Venice

Il discorso tenuto da Jan Lauwers in occasione del conferimento del Leone d’Oro 2014.
Leggi sul blog “Biennale Theatre Community”…>>>

Un racconto dal laboratorio Just for Venicea cura di Iante Roach:

Vado al laboratorio dell’artista fiammingo Jan Lauwers all’indomani del conferimento del Leone d’Oro. È appena il terzo giorno di lavoro, con 15 giovani attori (8 uomini e 7 donne), ai quali veniva richiesto di saper “cantare e/o suonare uno strumento”. Quando entro, il regista sta commentando dettagliatamente la recitazione dell’unico attore presente in scena, assicurandosi che “faccia” un’azione piuttosto che “recitarla” – un leitmotiv ricorrente durante la sessione. Il ragazzo si rivolge direttamente ai pochi presenti in sala, portando in vita un nuovo testo di Lauwers su due “errori” di Peter Brook, contenuti ne Lo spazio vuoto.

Continua a leggere su “Biennale Theatre Community”….>>>

Sul blog “Biennale Theatre Community” anche le video-interviste ai partecipanti del laboratorio condotto da Jan Lauwers.
Guarda il video…>>>

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