Quei “Leoni” dei laboratoristi

A me capita di vederli soprattutto durante gli incontri: sono i laboratoristi della Biennale. Quando, alle quattro di pomeriggio, ci impossessiamo della Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, per i sistematici “talks” con gli artisti, la platea si affolla di volti giovani e giovanissimi.


Arrivano accaldati, stanchi, carichi di borse e carte, magari con qualche livido che già si nota qua e là. Arrivano dai tanti workshop disseminati in città, dopo ore di lavoro con i maestri invitati in Laguna dal direttore Àlex Rigola.
Si siedono, alcuni con le cuffie per la traduzione simultanea, altri senza. Sono attenti, presenti, rigorosamente esigenti. Vogliono indicazioni, spiegazioni, consigli. Non hanno tempo da perdere: si percepisce subito.
Semmai l’incontro sbandasse in divagazioni inutili, in autocompiacimenti, in digressioni pedanti, questo pubblico particolarissimo lo farebbe capire immediatamente. Sorrisetti micidiali, sbadigli, occhi al cielo. Se le mie domande non sono all’altezza, noto subito sguardi di malcelata sopportazione: “che stai a fa’?” sembrano dirmi.
Rispetto al pubblico “normale”, dei curiosi e degli spettatori, il pubblico dei laboratoristi è più autorevole e partecipe.

Per tutti loro, stare a Venezia è un investimento, anche economico, notevole. E ogni istante va sfruttato al meglio.
Hanno a che fare con registi di primissimo livello, con i protagonisti della scena europea e internazionale: e generosamente aderiscono all’appello del Festival.
Va detto che Àlex Rigola – lo ricordava anche il presidente Paolo Baratta durante la cerimonia dei Leoni – è davvero riuscito a connotare al meglio la dimensione formativa e pedagogica della Biennale College. L’adesione consapevole di tanti giovani artisti alla proposta laboratoriale è un segno su cui riflettere.

Mi sembra significativo, infatti, questo diffuso e condivisibile bisogno di “alta” formazione. L’aggiornamento professionale, che gli attori e le attrici (ma anche drammaturghi, registi, light designer…) ricercano ogni anno è una risposta concreta, decisa, al bisogno di alzare continuamente il livello del teatro italiano.
Ed è un dato di fatto – lo scrivo da tempo – che quel livello si stia alzando: i nostri giovani attori e attrici sono ormai bravissimi, tutti o quasi.
Sono capaci di essere al tempo stesso (anche per necessità) interpreti e performer, tecnici e organizzatori, registi e drammaturghi, propositivi ed esecutivi, danzatori e musicisti. Sono strumenti seri e reattivi nelle mani dei registi, ideatori e co-autori di tutte o quasi le avventure creative: insomma, agguerriti e militanti protagonisti della scena.

Mi pare, poi, che si sia diffusa una nuova consapevolezza, che forse non è ancora (purtroppo) solidarietà di classe o categoria, ma di fatto dà compattezza ulteriore all’arte attorale. E il folto manipolo presente alla Biennale di Venezia ne è dimostrazione.
Tra l’altro, ci sono volti che tornano, di anno in anno, persone che si ritrovano: segno che l’appuntamento biennalesco è ormai imprescindibile tappa di percorsi individuali e collettivi. E vale la pena segnalare, infine, come nel contesto veneziano siano nate – oltre alle prevedibili storie d’amore, agli appassionati incontri notturni, alle scenate di gelosia e alle amicizie inattese – anche nuove formazioni, gruppi, progetti. Dunque, Biennale Collage come incubatore, acceleratore di istanze e prospettive, pensieri e allestimenti: e sarebbe bello poterli monitorare, e sostenere, anche in futuro questi primi passi di nuove compagini.

Allora, a tutti questi laboratoristi – come ogni anno – rendo omaggio: al loro entusiasmo, alla generosità, alla disponibilità nel mettere in comune idee e suggestioni. Condividono schegge di vita e ricordi personali, sequenze originali di movimenti e esplosive follie: anche da queste generose collaborazioni, nascono, spesso, le nuove opere dei Maestri.

L’altra faccia della medaglia, però, è da considerare: ovvero che l’attività laboratoristica diventi un “lavoro a tempo pieno”, un’ossessione, un collezionismo sistematico di esperienze da fare a tutti i costi. Nell’eccesso di laboratorismo – tre giorni con questo, una settimana con quello – rischia di sparire la personalità, in un sincretismo postmoderno dove tutto è uguale a tutto.
Ma si sa, alla fine, è l’allievo che sceglie il maestro. E il “guru” – per le Upanishad è “colui che dissipa le ombre” – se è davvero tale, prima o poi sa di dover sparire, di doversi ritirare per far crescere e lasciare libero l’allievo. Allora, ne sono certo, tra i tanti laboratoristi di oggi, troveremo i maestri del futuro. Appuntamento qui alla Biennale Teatro di Venezia: da qui a dieci anni.

di Andrea Porcheddu

foto di Annachiara  Margapoti

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