Un trittico in Biennale per Antonio Latella

Sbarca a Venezia l’opera di Antonio Latella e della sua compagnia Stabilemobile: la serata del 6 agosto è interamente dedicata al regista, con la presentazione di tre monologhi su altrettante figure emblematiche del Novecento, ciascuna delle quali rimanda a livelli, problemi e ferite con cui forse la cultura occidentale non ha ancora smesso di fare i conti. Un trittico, quasi una “mostra teatrale” come la definisce il regista, che torna a riflettere sulle macerie, la storia e la memoria europea. 

foto di Brunella Giolivo
foto di Brunella Giolivo

A.H. e Hitler, Caro George e Bacon (e il suo compagno, morto suicida, George Dyer), MA e Pasolini (e la madre del poeta, e tutte le madri presenti nella sua opera). Tre storie diversissime, eppure intimamente legate.

Prima di tutto, il rimando è sul piano teatrale, per il lavoro drammaturgico e attoriale: in questi tre monologhi è possibile percepire le modalità d’approccio della compagnia diretta da Latella, fra la creazione di scritture originali e il percorso parimenti creativo dell’attore (rispettivamente: Francesco Manetti, Giovanni Franzoni, Candida Nieri). Ne ha parlato diffusamente e con intensità il regista, al talk pubblico che si è svolto nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian il giorno prima della serata di spettacolo: il processo di scrittura è determinante per Latella, che lavora di volta in volta con diversi drammaturghi (Federico Bellini e Linda Dalisi in questo caso); ma anche il lavoro attoriale, su cui queste scritture sono plasmate e definite.

“Caro George” – foto di Brunella Giolivo

In secondo luogo, sono tre spettacoli connessi fra loro sul piano tematico, della ricerca e della riflessione. Non è la prima volta che Antonio Latella si confronta con la tradizione occidentale, la sua storia e le macerie che ne sono rimaste, attraverso cui cerchiamo di destreggiarci ogni giorno: dai classici con cui si è confrontato – Amleto, per esempio –, fino alla drammaturgia moderna (Il tram che si chiama desiderio di Williams), e poi Via col vento, Pasolini e De Filippo, Sarah Kane e Fassbinder, ma anche Goldoni, nell’opera del regista è possibile cogliere un lungo filo che attraversa il nostro tempo, scavando il suo passato recente, giù giù fino alle radici della modernità, del teatro e della civiltà occidentale.

“MA” – foto di Andrea Pizzalis

Il male che si coagula intorno alla figura di Hitler apre alla domanda sulla possibile complicità, o almeno connivenza dell’Europa rispetto alla folle vertigine nazista; ma anche più ampiamente ai meccanismi di diffusione del male fra gli uomini, portando in scena nella performance di Manetti – che chi scrive ha avuto modo di vedere –, fra le altre cose, una storia della violenza dell’uomo sull’uomo che attraversa tutti i tempi, partendo dalla Bibbia e arrivando alla body art. Vedremo come la scrittura magmatica attraverso cui Stabilemobile si è distinta in questi anni vada poi a incarnarsi da un lato nel personaggio di Bacon, dall’altro lato in quello della madre di Pasolini; e si osserverà poi come i tre attori abbiano accolto, rilanciato, dato voce e corpo a quelle parole.

Nell’insieme, sia dal punto di vista del lavoro teatrale che da quello del pensiero, i tre monologhi che vanno in scena al Teatro Piccolo Arsenale sembrano rappresentare un punto-limite, alto sul piano attoriale, drammaturgico e dei contenuti, rispetto al percorso recente dell’opera di Latella nel teatro. Che, dal cuore stesso dell’Occidente, dalle tavole sempre calde del palcoscenico, lancia al proprio pubblico lavori che continuano a porre domande sull’arte, sul suo ruolo, sulla nostra società, fra passato e futuro.

di Roberta Ferraresi

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