Il discorso di quelli che restano, una lettura su “Giulio Cesare” e “Hate Radio”

Il Giulio Cesare di Shakespeare scritto tra il 1599 e il 1600 è stato lo spunto per l’intervento drammatico ideato da Romeo Castellucci, andato in scena nel cortile del conservatorio Benedetto Marcello. Giulio Cesare. Pezzi staccati riprende due monologhi del testo originale: il primo, recitato da Simone Toni che incarna il personaggio di “…VSKJI” – nome che fa allusione al maestro Stanislavskij –, e il secondo recitato da Dalmazio Masini come Marcantonio. In questi monologhi si focalizzano due momenti della storia di Cesare: il discorso del ciabattino che introduce ciò che avverrà nel Senato romano, ovvero la congiura di cui Cesare è stato vittima, motivata dall’invidia verso il crescente potere dittatoriale; e l’elogio funebre pronunciato per Cesare tradito dai suoi stessi pari che, in nome della libertà di Roma, hanno pianificato e compiuto il suo assassinio.

Hate Radio diretto da Milo Rau riprende il contesto del genocidio accaduto in Rwanda nel 1994, in cui durante quasi quattro mesi vennero massacrati più di mezzo milione di tutsi, una delle comunità autoctone dell’Africa Centrale.

 

Le ragioni della disputa tra hutu e tutsi si basano su differenze etniche e politiche alimentate da altre situazioni di conflitto: lo sfruttamento coloniale dell’etnia hutu, il regime monarchico in decadenza, l’influsso e le predilezioni dei colonizzatori e i desideri di indipendenza dal Belgio. La rivolta degli hutu non è stata un gesto compiuto dagli alti poteri ma dal popolo stesso: tutti gli hutu in Rwanda sono stati chiamati al genocidio e chi si rifiutava di partecipare era considerato un nemico che rischiava la morte.

foto di Zeno Graton
foto di Zeno Graton

Ad un primo sguardo, emerge in entrambi gli spettacoli il tema del potere fluttuante e non identificabile con strutture uniche di appartenenza. Da questa premessa, nel rapporto tra potere e politica, il concetto di “bene comune” si trasforma anch’esso in una categoria variabile, che sfocia nel tradimento. La forma del potere che in entrambi gli spettacoli si fa visibile è l’uso della parola; Pezzi staccati intende penetrare nella parola al suo interno, verso la sua decostruzione, in Hate Radio tramite la parola si esercita un potere che obbliga a un atto di riconoscimento che è a sua volta una forma di memoria e di comunità.

Potere e benessere giustificano un’idea di comunità parziale e in Hate Radio si espone precisamente questa forma non collettiva in cui l’idea di comunità diviene finzione. Lo spazio fisico della scena è una gabbia trasparente che ricrea lo studio della radio nel periodo del genocidio (la RTLM, Radio Télévision Libre des Mille Collines). Lo spettacolo è il risultato di una ricerca basata sulle testimonianze dei prigionieri di guerra, dei giornalisti, dei sopravvissuti e dei figli di assassinati. Le testimonianze riportate mettono in luce diverse versioni sull’accaduto. L’altra parte della popolazione ne è venuta a conoscenza attraverso la radio; questo comporta anche una forma di allontanamento della crudeltà dei fatti e una sorta di spettacolarizzazione della guerra civile che, a prescindere della verità o falsità delle dichiarazioni, diviene un prodotto di consumo.

foto di Guido Mencari
foto di Guido Mencari

Le parole sono il mezzo attraverso il quale gli individui significano il mondo e incidono sulla realtà. La parola come strumento della memoria è un’arma di cui si serve il potere. Forse a differenza di quanto accade in Hate Radio, Castellucci compie un’operazione di smascheramento del discorso. L’esplorazione fisica della parola che gli attori eseguono sulla scena è una sorta di ritorno a essa. Questa premessa si concretizza nel primo monologo con l’introduzione di una micro-camera nel naso di “…VSKJ” che proietta le sue corde vocali mentre l’aria le fa risuonare; nel secondo monologo si compie un’operazione ancora più radicale: Marcantonio, rappresentato da un attore laringectomizzato pronuncia il suo testo in cui viene praticamente cancellata la parola, metafora della ferita del tradimento al suo amico. Questo smascheramento è il gesto che spoglia il discorso retorico della crudeltà dei fatti: l’assassinio tra i pari. Ascolto e riconoscimento impongono anche la riflessione sul genocidio: le testimonianze sono le sfaccettature di un dolore collettivo di cui non dobbiamo essere solo ulteriori testimoni.
In entrambi gli spettacoli si affronta la necessità di parlare senza ornamenti né retoriche di vicende che costruiscono la propria idea di comunità; e di riconoscere l’urgenza di un discorso in comune con cui si possa nominare la tragedia collettiva.

di Pía Salvatori

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