La parola crudele: su “Hate Radio” di Milo Rau

Una radio, bastoni chiodati, machete: fu sufficiente un armamentario primo-novecentesco per compiere uno dei più efferati massacri della storia contemporanea, quasi a negare quello sviluppo tecnologico piegato, nel secolo di Hiroshima (di cui l’anniversario ricorre in questi giorni, il 6 agosto), alla volontà di sterminio. Il genocidio del Ruanda sfida – con l’orrore dei corpi martoriati dalle lame, i linciaggi disorganizzati, gli stupri di massa – la sicumera della cultura filosofica e politica del secondo dopoguerra, certa che gli immensi stermini, o la morte pianificata e industrializzata, fossero inestricabilmente legati agli incontrollabili sviluppi della scienza. Ma la Storia sembra procedere per salti e ricorsi: e fu un oscuro passato quello che, a partire dal 6 aprile 1994, interruppe la continuità di atrocità che lega, in un sanguinoso progresso, le trincee al napalm, il gas nervino alle testate termonucleari.

Radio Libre des Mille Collines è il nome rassicurante e poetico della stazione ruandese che ebbe un ruolo principe nell’istigazione all’odio razziale nei confronti della popolazione Tutsi: quelle onde corte rappresentarono un megafono demagogico di una follia cieca, la voce di un Dio barbaro al quale obbedire in un’esaltazione collettiva e omicida.
Milo Rau ricostruisce tutto questo nello spettacolo Hate Radio, riproponendo una qualsiasi puntata di un seguitissimo radio-programma dal linguaggio colorito e pop, durante il quale, tra canzonette accattivanti e quiz a premi, l’italo-belga Georges Ruggiu, in compagnia di Kantano Habimana e di Valérie Bemeriki, aizzò la popolazione Hutu a uccidere e brutalizzare tutti gli inyenzi, gli “scarafaggi” Tutsi. È, quella di Rau, un’operazione, filologica e straordinaria, di millimetrica adesione alla realtà fattuale, che tuttavia travalica il mero giornalismo per riflettere sullo statuto stesso della comunicazione umana.

Al centro del palcoscenico del Teatro Piccolo Arsenale, un’iperrealistica gabbia di cristallina trasparenza (creazione di Anton Lukas) separa due ali di pubblico, che si fronteggiano a scrutare l’interno accuratamente ricostruito dello studio. L’elemento visivo appare però incidentale rispetto a quello sonoro: indossando cuffie e radioguide, lo spettatore – o meglio, l’ascoltatore – è assorbito da parole, impregnate di viscerale disprezzo, realmente pronunciate in una qualsiasi giornata di quell’aprile non troppo lontano.
Senza alcuna interpolazione drammaturgica, a essere presentata sul palco è una verità storica pura e banale: di sigarette e crudeltà, poster di Tupac Shakur e insulti. Le videoproiezioni che aprono e chiudono lo spettacolo, nelle quali quattro sopravvissuti al genocidio raccontano, con straziante fermezza, i ricordi – ora flebili, ora vividi – di quelle giornate, rafforzano l’intento di trascendere l’estetica del realismo teatrale verso un’inconsueta forma di teatro documentaristico, fotografico: una serigrafia scenica di un istante passato.

foto di Zeno Graton
foto di Zeno Graton

Gli attori Sébastien Foucault, Diogène Ntarindwa e Bwana Pilipili, quasi continuamente seduti di fronte ai microfoni, interpretano con magistrale mimetismo tre individui comunissimi e disturbanti, in grado di paragonare – in una reductio ad Hitlerum di straussiana memoria – la minoranza Tutsi ai nazisti, e di giustificare la violenza come necessario antidoto a un male assoluto. Il trito ma efficacissimo cliché del vittimismo, l’elaborata mistificazione della realtà, il discredito nei confronti delle autorità straniere: le parole di Hate Radio uccidono quanto i machete, edificano la violenza in un’aberrante performatività. Ciò che assicura ai tre presentatori un potere ben più cogente di quello del soldato dell’esercito governativo – sempre presente in studio ma, non a caso, muto – è l’uso malvagio della parola: è la stessa retorica a permettere a Marco Antonio di sobillare gli animi dei romani contro i cesaricidi, di fabbricare il consenso nei regimi del Novecento, di uccidere in soli cento giorni un milione di uomini, donne e bambini ruandesi.

foto di Daniel Seiffert
foto di Daniel Seiffert

Di fronte a questo panopticon sonoro, al pubblico non resta altra libertà che quella del passivo ascolto: ed è sulla platea che quasi inconsapevolmente la folgorante creazione di Milo Rau proietta ulteriori sensi. La sapiente “sospensione” di qualsiasi intervento registico volto a alterare, in nome di estetiche o filosofie, una verità di sconcertante dolore, non implica una rinuncia al ruolo pubblico dell’artista, quanto piuttosto una necessaria delega della responsabilità all’uditorio. Oggi come allora è alla comunità che spetta prendere una posizione: e l’abbandono della sala di alcuni spettatori, quel gesto di “spegnere” la radio, ricorda la tragica fuga dei caschi blu di fronte alla carneficina. Facendo proprie le parole di Hannah Arendt, è necessario «comprendere cosa significa l’atroce, non negarne l’esistenza, affrontare spregiudicatamente la realtà»: ascoltare la radio dell’odio, e ribellarsi alle parole crudeli.

di Alessandro Iachino

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