Un “terremoto” alle prove di Latella

“La terra trema” all’interno della Biennale di Venezia. Per il regista Antonio Latella, il terremoto prende la forma di uno degli scandali più sconvolgenti della storia della Chiesa: la pedofilia. Per esplorare questo tema, Latella ha riunito un gruppo eterogeneo “in via di estinzione” – come afferma in tono scherzoso – di attori, registi e drammaturghi provenienti da tutta Italia. Volti intensi, corpi che raccontano già di per sé storie molto diverse, corpi consapevoli del loro essere in scena e desiderosi di mettersi in gioco. C’è un clima molto rilassato in sala – di grande collaborazione e stima reciproca – ma allo stesso tempo una grande concentrazione: i partecipanti sono tutti presenti, puntuali e pronti al lavoro.


Come specifica il regista, i primi giorni del laboratorio sono dedicati alla raccolta di materiali che saranno spunto o ispirazione su cui poter lavorare. La prima parte della giornata è dedicata infatti alla visione di un film: ci stringiamo tutti di fronte a un pc per vedere Mea maxima culpa: silenzio nella casa di Dio, diretto dal Premio Oscar Alex Gibney, un documentario sconvolgente che fa luce su alcuni casi di pedofilia avvenuti negli Stati Uniti nei confronti di quattro bambini sordomuti – ed è già un pugno nello stomaco che suscita rabbia e incredulità in ognuno di noi. Dopo la visione del film è il momento della discussione e del confronto. Latella afferma che l’aspetto a cui bisogna fare più attenzione è proprio il silenzio, pratica sistematica all’interno della Chiesa Cattolica: “il Vaticano è come una specie di fossa comune” – dichiara Latella – dove sono seppelliti tutti gli orrori da lei commessi; “una terra infame”, diceva Tacito, che oggi continua a tremare scossa dal peso delle proprie colpe.

foto di Anna Chiara Margapoti
foto di Anna Chiara Margapoti

Terminata la parte più teorica del workshop, entriamo nel vivo del lavoro con le improvvisazioni degli attori, che si sviluppano su più livelli: c’è chi ha preparato scene a partire dall’idea di una semplice sigaretta, riportando una qualità di pensiero e movimento tipico dell’infanzia; chi si esibisce in una sequenza di gesti o chi canta un’Ave Maria; o ancora, chi porta libri o articoli di giornale sul tema della pedofilia, con la volontà di andare al di là del giudizio per indagare meccanismi della mente umana delicati, dolorosi e a volte difficili da accettare. Nelle varie proposte degli attori, siamo colpiti dal vedere diversi approcci al lavoro che riflettono formazioni artistiche molto diverse, un mosaico di sguardi, gesti e parole di una grande ricchezza espressiva, tra cui emerge così l’ironia di Pino Carbone, che recita un monologo pur non servendosi della parola, o la leggerezza poetica di Livia Ferracchiati e della sua partita a calcio con un pacchetto di sigarette; o ancora, la drammaticità di Valentina Capone, nella cui scena un paio di mutandine da bambina si tingono di rosso sangue.

foto di Anna Chiara Margapoti
foto di Anna Chiara Margapoti

Dopo le improvvisazioni, Latella lascia a tutti gli attori lo spazio per le proprie considerazioni su quanto appena visto; sembra un momento molto importante per il regista, che dimostra grande cura e stima verso il suo gruppo, quasi a voler rimarcare che il teatro è un lavoro che si fa insieme e ogni opinione, ogni spunto di riflessione è importante. A questo proposito, gli attori non sono dei semplici interpreti, ma piuttosto gli autori di loro stessi; Latella ne apprezza i punti di forza, come ne conosce le debolezze.

Arrivati quasi a fine mattinata, il regista coinvolge gli attori in un’ultima partitura fisica corale servendosi di tutte le sedie presenti in sala. È questo il momento finale riassuntivo di tutto il lavoro svolto, in cui gli attori si mettono completamente a nudo nella loro sequenza di gesti, che ripetono camminando da una sedia all’altra. Siamo quindi testimoni di un processo creativo in corso, qualcosa di inarrestabile secondo Latella e assolutamente non relegato nell’astrazione mentale, bensì ben piantato sulle assi del palco. Un fatto concreto, quasi artigianale, che avviene lì, in scena, con un gruppo di attori talentuosi pronti a scavare nella propria interiorità fino in fondo.
Gli esiti del lavoro saranno visibili nella messinscena finale del 9 agosto, ma già da questa giornata, sembra proprio che un “terremoto” sia già in corso al teatro della Fenice.

di Sarah Curati

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