Il poeta come saltimbanco. Lo spauracchio dell’identità culturale secondo Jan Lauwers

Inizia come una masquerade, il Blind poet di Jan Lauwers e della sua Needcompany. Sul palco la coreografa e performer Grace Ellen Barkey (il nome viene ripetuto circa trenta volte in dieci modi diversi), con la faccia dipinta da clown, con un copricapo kitsch pieno di fiori colorati. Davanti a lei, allineati sul perimetro dell’avanscena, ci sono gli altri attori della compagnia, assieme a Jan Lauwers.


Alcuni imbracciano uno strumento musicale, per la maggior parte chitarre elettriche e acustiche, ma si notano anche una batteria, uno strumento a corda ricavato da una pentola di latta e un violino, suonato da una donna con una coroncina di fiori in testa.
Sembra un concerto rock, di quelli che si tengono negli spazi occupati, dove si improvvisa una jam session dove si beve una birra dopo l’altra. Ma del concerto The Blind Poet ha soltanto la cornice; il suo contenuto è infatti incurabilmente teatrale.

Il testo scritto e messo in scena da Jan Lauwers si struttura attraverso la narrazione di sette ritratti, ciascuno dedicato alla genealogia di uno dei suoi attori. Il punto centrale della drammaturgia curata da Elke Janssens (anche performer), è quindi l’isolare da un gruppo dei singoli elementi, creando di fatto un ipertesto scenico. I ritratti sotto forma di monologo in prima persona affrontano temi dei quali tre risultano essere i principali: multiculturalismo, migrazione, comunità. Jan Lauwers scava nel vissuto individuale per disegnare un tracciato condiviso; ogni attore infatti ha delle origini meticce, è emigrato dalla propria terra di origine (o l’hanno fatto i suoi antenati) e fa parte di una micro-comunità, in questo caso la Needcompany, forse la vera protagonista dello spettacolo. Un dato curioso: tutti i membri della compagnia sono “ritratti”, tranne Jan Lauwers.

E così, dopo l’esotica Grace, di origini indonesiane e cinesi, approdata a Rotterdam circa quarant’anni fa, fondatrice e coreografa della compagnia assieme al regista, dal quale ha ben tre figli; arriva Marten Seghers, un attore che “scimmiotta” Gesù Cristo (hanno la capigliatura simile), presunto discendente del conte fiammingo Goffredo di Buglione. Tra riferimenti agli antichi armaioli e ai fabbri, solleva e dirige una sorta di mini-gru con un pesante cavallo finto a dimensioni naturali (tra Jan Fabre e Maurizio Cattelan), appollaiato su di un’estremità, effettuando un’azione scenica che richiede uno sforzo fisico, e che ripeterà alla fine dello spettacolo.

Le azioni performative, assieme alla stratificazione della partitura fonica, sono di fatti la cifra stilistica di Lauwers. In una scrittura scenica che appare come un meticciato di pratiche e soggettività, i performers sono tenuti ad essere multi-tasking. Devono saper danzare, suonare uno strumento, sollevare pesi, stare in equilibrio, raccontare il proprio vissuto, e (ovviamente) recitare. In tal senso la loro biologia è emblematica, ognuno è fortemente tipizzato, ha delle particolarità eccentriche e una convincente presenza scenica. C’è l’uomo-colosso che effettua gigantismi vocali; il discendente dei vichinghi vestito da punk; l’arabo attraente che parla a telefono mentre spiega il titolo dell’opera e il musicista americano con origini ebree. Quest’ultimo ritratto sembra il più riuscito, sembrerebbe estratto da un film dei fratelli Coen, e ci presenta un decadente ed emozionato Jules Beckman che raccontandosi di fatto, come gli altri, interpreta se stesso, come un transfert freudiano, e lo fa con auto-ironia, indossando tre cappelli da cowboy posti l’uno sull’altro, strimpellando uno strumento fatto con materiali di scarto riciclati.

L’abilità manuale e la destrezza dei performers sono riscontrabili anche nei movimenti nello spazio scenico: precisi, pieni di grazia, fluidi e, dal punto di vista energetico, mai iper o ipo dosati.
Il sottrarre alla rappresentazione le sue sovrastrutture, anzi, adoperare il grottesco, il tragicomico e il kitsch, è l’operazione prescelta da Lauwers, il quale traveste i suoi attori da pagliacci, li fa spogliare e indossare copricapi e paillettes, come se fossero dei saltimbanchi. “La Needcompany era già lì”, afferma Grace Ellen Barkey indicando sulla riproduzione di un dipinto di Bruegel un girotondo di piazza, rimarcando l’attaccamento alla tradizione tipicamente fiamminga del teatro di strada e dei carri itineranti.

Un gruppo di professionisti del teatro mascherati da saltimbanchi, o coraggiosamente esponenti della propria identità, un ensemble vivace che forma una comunità in cui vita e performance si intrecciano e si confondono, formando la parte costituente del processo creativo che risulta quindi corale e dotato di un forte apparato etico.
Se la regia appare curata sino al più piccolo dettaglio tecnico – si pensi al disegno luci, alle perturbanti macchine sceniche surrealiste e agli effetti sonori noising che strutturano il ritmo della rappresentazione –, il dato performativo consente dei margini di apertura (non ampissimi) che contribuiscono a coinvolgere empaticamente lo spettatore, attirato dai micro-eventi che compongono l’apparato scenico.

Spettacolo epico e funambolico, costituito da luci e ombre, storie tragiche narrate in maniera dissacrante e comica, The Blind Poet affronta temi di urgente attualità come il multiculturalismo e le sue problematiche, la fasulla egemonia culturale della civiltà occidentale (simboleggiata dalla dedica a Abu al’ala al Ma’arri che soppianta Omero, il poeta cieco occidentale per eccellenza), l’identità culturale di rifugiati ed immigrati, con le dinamiche di integrazione e di emarginazione che ne conseguono.

La visione, scelta poetica ed estetica rivendicata sin dal titolo, apre a scenari di barbarie e di revanchismo anti-occidentale; evocativi sono i riferimenti a popoli come i Vichinghi, gli Unni, i Mori, alle tribù cannibali, alla città di Cordoba e a Bisanzio; un primitivismo a tratti neo-hippy un po’ sornione, che sotto la forma del concerto rock da tardi anni Settanta, nasconde un’istanza di rivendicazione. Quella di un’identità che sia biografica e non astratta; racconto e non categoria, popolo e non razza. I sette ritratti ne compongono di fatto uno solo, quello di Lauwers stesso: la sua identità coincide infine con il racconto della sua gente, i suoi attori, simili a lui e suoi fratelli.

di Angela Bozzaotra

foto di Bea Borgers

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