Interviste dal laboratorio di Antonio Latella: Francesco Martino

La parola ai partecipanti dei laboratori inseriti nel progetto La terra tremaIl tema diventa pretesto per raccontarsi, esprimere la propria prospettiva sul lavoro del workshop e sul mondo in cui vivono e lavorano.

Intervista a Francesco Martino, dal laboratorio diretto da Antonio Latella che lavora su Città del Vaticano.

Cosa ti ha fatto tremare durante il tuo percorso artistico e nei vari luoghi che hai attraversato?
C’è da cogliere una differenza tra cosa fa tremare in senso positivo e in senso negativo.
Nel mio percorso artistico, mi ha fatto tremare in senso positivo tutto ciò in cui ho riconosciuto una necessità artistica, sia dei colleghi che dei registi che ho visto in scena, sia quando mi sono ritrovato in progetti che avessero qualcosa di necessario da dire. Credo sia proprio questo il senso del teatro: l’artista è qualcuno che raccoglie qualcosa che ha l’urgenza di essere detto, se ne fa canale e permette che si trasmetta agli altri.
Per quanto riguarda i luoghi, mi viene da pensare all’Italia e la cosa che mi fa tremare in senso negativo è l’ipocrisia di questo Paese e il grandissimo individualismo presente in questi ultimi anni.

Quali suggestioni ti ha evocato il tema del workshop, Città del Vaticano?
Di tutte le suggestioni che stanno emergendo da questo laboratorio, quella più forte probabilmente è il silenzio. Intanto, il Vaticano è stato costruito su un’area disgraziata, che prima era una necropoli e poi è stata bonificata. Quello che mi suggestiona del Vaticano è appunto questo silenzio, questo insabbiare, questo coprire tutti i casi di pedofilia di cui si è macchiata la Chiesa negli ultimi anni; questo far sì che tutti i documenti fossero lì ma non fossero consultabili. Questo grande silenzio – come qualcosa che non si può dire – circonda tutto ciò che riguarda i casi di pedofilia.

Cosa ti fa tremare dentro e fuori il teatro?
In senso positivo, la partecipazione del pubblico; in senso negativo l’indifferenza, la “non cultura”, non so come dire. È un problema che nessuno si è più posto, quello di educare il pubblico, perché gli italiani sono disabituati a ricevere l’arte… e a volte infatti capita che a teatro si finisca per vedersi in qualche modo solo tra colleghi.
Fuori dal teatro, credo di aver già risposto prima: penso appunto all’ipocrisia di questo Paese.

a cura di Sarah Curati

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