Interviste dal laboratorio di Jan Lauwers: Julian Dionne

La parola ai partecipanti dei laboratori inseriti nel progetto La terra tremaIl tema diventa pretesto per raccontarsi, esprimere la propria prospettiva sul lavoro del workshop e sul mondo in cui vivono e lavorano.

Intervista a Julian Dionne, dal laboratorio diretto da Jan Lauwers che lavora su Europa.

Cosa ti ha fatto tremare durante il tuo percorso artistico e nei vari luoghi che hai attraversato?
La cosa che più mi fa tremare è il rapporto con i Maestri. Io studio musica da quando ho cinque anni, in particolare canto lirico. Ho avuto molte esperienze con diversi insegnanti ma il loro atteggiamento è sempre limitante. Pensano che l’arte si possa raggiungere con il controllo assoluto, con un pugno feroce. Nel mondo della lirica si vede spesso: tanti giovani cantano senza gioia, con un’ansia che li fa tremare non appena prendono il primo respiro e la prima nota. C’è qualcosa che gli trema dentro e li fa sentire sempre un po’ in deficit.
Abbiamo l’impressione che l’arte sia il raggiungimento di una cosa che non si può mai conquistare e per questo un artista, anche aspirante, ha sempre paura. Questa sensazione di ansia, questo tremare ha a che fare non solo con una sorta d’insicurezza rispetto al fatto artistico ma con l’idea che il voler fare arte denoti insicurezza. Alla fine chi vince, chi va avanti non sono i più bravi, quelli che hanno più cose da raccontare, ma sono i più testardi, quelli che se ne fregano di tutto e non tremano dentro.
Questo è un tremare negativo, ma è necessario anche il tremare positivo. Ogni vibrazione è un tremare, ogni violino quando suona trema, ogni danzatore quando fa il salto o espande il corpo nello spazio trema.

Quali suggestioni ti ha evocato il tema del workshop, Europa?
Nell’Europa, e anche nel mondo dell’arte, non vedo un tremare anzi un’immobilità. L’Europa è un sistema incrinato ma organizzato. Ognuno però vive in una singolarità. C’è rigidità, non trema niente, è un meccanismo perverso. È un periodo storico molto drammatico, pensiamo di essere liberi e al vertice del sapere e invece siamo sprofondati nella banalità e nel razzismo. Nella semplificazione assoluta del pensiero più che un tremare c’è un fermarsi. Se prendiamo per esempio la Biennale Arte si vedono tantissimi artisti schiacciati in uno spazio che è molto efficace ma solo da un punto di vista comunicativo. Quello che mi spaventa è il modo in cui le persone vanno a visitare queste opere: non le guardano veramente, sanno tutto, si sono documentate ma non si fanno prendere emozionalmente. C’è una sorta di rigidità che porta a ridurre l’arte a un’unica estetica, a un’unica filosofia. L’arte è oggi pura funzionalità.

Cosa ti fa tremare dentro e fuori il teatro?
A teatro lo spettatore è più nervoso degli artisti. Andare a teatro si è trasformato da evento naturale, sociale a esclusività. Il problema è che quando le persone entrano a teatro non sono mai rilassate, c’è una grande aspettativa. Nel teatro non trema l’arte ma lo spettatore.

a cura di Francesca Giuliani

 

 

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