Nella solitudine del reale: Fabrice Murgia

Fabrice Murgia, giovane drammaturgo e regista belga, vincitore del Leone d’Argento alla Biennale Teatro 2014, è un “narratore di storie”. L’ibridazione tra imponenti macchinerie tecnologiche e l’attore in carne e ossa rappresenta il motore costruttivo delle sue scene. L’utilizzo della tecnologia è legato in particolar modo al formato cinematografico – video delle azioni live sul palcoscenico o di altri materiali documentari – che si fa scenografia interattiva per l’attore. Lo sguardo di Murgia resta comunque sempre in stretto rapporto con l’attualità e, in particolar modo, con le questioni generazionali, mentre il suo linguaggio performativo fonde insieme la narrazione, il gioco d’attore, e i mezzi tecnologici.

Come nel teatro di Falk Richter, presente quest’anno con NEVER FOREVER e del quale ha adattato per la scena il testo Dieu est un Dj, anche negli spettacoli di Murgia, e della sua compagnia Cie Artara, la solitudine è il filtro tematico ricorrente. In scene spesso algide, come accade nello spettacolo del regista tedesco visto in questa Biennale, gli attori/narratori interpretano personaggi che sono spesso soli in mezzo a una moltitudine, racchiusi in gabbie trasparenti, esposti allo sguardo dello spettatore.

Nell’esilio reale e virtuale in cui è catapultata la società contemporanea, stritolata non solo dalla comunicazione via etere ma anche dai veri e propri muri invisibili che fanno dell’Europa una fortezza inespugnabile – in particolar modo per chi proviene dal sud del mondo –, Murgia colloca la ricerca scenica di Exils (2012). Lo spettacolo si muove tra documentario e immaginazione, tra realtà e virtualità, tra attori e marionette raccontandoci l’incontro tra un esule e un ufficiale di polizia incaricato dell’espulsione degli immigrati.

Nella nuova creazione, presentata in Cile all’inizio del 2015, Children of Nowhere, Murgia racconta di un campo di concentramento situato al nord dello stato sudamericano. Protagonista qui è sempre la solitudine, quella sindrome post-traumatica in cui cade una popolazione dopo un disastro – come è stato raccontato dai testimoni del genocidio rwandese nello spettacolo di Milo Rau, Hate Radio.

In Notre peur de n’être, spettacolo che presenterà alla Biennale, confrontandosi con il pensiero del filosofo Michel Serres, e in particolare con l’opera Petite Poucette, Murgia guarda con nuovi occhi alle mutazioni derivate dalla comunicazione contemporanea, facendo sì che i personaggi non siano più isolati per imposizione, ma scelgano la loro solitudine, come ad esempio il personaggio che veste i panni dell’Hikikomori giapponese.

Nella riflessione di Murgia si può leggere quella che lui definisce la terza rivoluzione – la prima, dall’oralità alla scrittura; la seconda dalla scrittura alla stampa: il passaggio da quest’ultima alle tecnologie. Nell’avvento del web 2.0, che ha trasformato il potere comunicativo della parola, l’artista sente il bisogno di mettere in scena storie. Come diceva nel discorso di ringraziamento alla consegna del Leone, la necessità del processo creativo nasce dalla paura che qualcosa vada perso: “J’ai peur que l’homme moderne se métamorphose trop rapidement.
Trop rapidement pour avoir le temps de se représenter, de témoigner de ses souffrances”. 

di Francesca Giuliani

foto di Jean Louis Fernandez

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