“A.H.” di Latella: nel nome del male

Quando nella Storia l’uomo può mentire? L’alterazione del vero nasce con la sua primitiva necessità di rispondere alle domande “Chi sono?” e “Da dove vengo?”. L’origine è il mito fondativo e la parola è l’unico mezzo per generarlo. L’alfabeto è, quindi, la prima menzogna identitaria. Ma se si togliesse il puntino alla lettera dell’alfabeto ebraico che dà inizio a uno dei primi miti fondativi – la Genesi – cosa accadrebbe? E se si cancellassero i baffetti dal volto di Hitler cosa succederebbe?
Sono queste le domande che danno inizio A.H., uno dei monologhi della trilogia di Antonio Latella sul male e sul potere visto al Teatro Piccolo Arsenale.

 

Francesco Manetti, al centro della scena vuota, affiancato da un piccolo modellino da pittore di legno, trasfigura il suo volto e il suo corpo nella conquista di un’immagine. Non c’è Hitler ma ciò che simboleggia: il male, il potere, il desiderio di conquista, la violenza, la follia.

Una spalmata di nutella a far da riporto e baffetto di Adolf e il gioco è fatto. Il nero cioccolato, che lentamente cola dal volto, si trasforma ben presto in sangue incrostato sul candido abito di carta. Il vestito, fatto a brandelli, lascia nudo quel corpo che da incarnazione del Führer passa a raffigurare i milioni di ebrei morti nei campi di concentramento. Le maschere attraversate dal volto e dal corpo di Manetti danno vita alle indefinite forme del male: dalle smorfie grottesche di ubuesca memoria, alla rivisitazione della figura inginocchiata cattelaniana che implora vocali di pietà; da corpo che si fa causa ed effetto della violenza, nella mimesi delle armi da guerra e delle ferite che queste impartiscono al ricordo del Chaplin kubrikiano che gioca con il mappamondo.

Tra citazioni bibliche e musiche pop di sottofondo, tra Geppetto che muove Pinocchio e un lamentoso grido – “Padre perché mi hai abbandonato?” – l’iniziale filo rosso drammaturgico si spezza senza ricomporsi tra i tanti rimandi cinematografici e artistici attraversati da quella macchina attoriale.

di Francesca Giuliani

foto di Brunella Giolivo

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