“Caro George”: ritratto struggente di Francis Bacon

Una scena spoglia – soltanto una sedia, una bottiglia di vino e un bicchiere accolgono l’entrata di Giovanni Franzoni, vestito di un bianco candido, messo a contrasto con la vita “maledetta” del personaggio che andrà a interpretare. Si tratta di Francis Bacon, protagonista del monologo Caro George, per la regia di Antonio Latella.

Una vita difficile e inquieta, quella dell’artista irlandese trapiantato a Londra, permeata da un dolore esistenziale che nei suoi quadri si traduce in volti deformati e spettrali, urlanti e accartocciati su se stessi – un’espressione della difficoltà dell’essere al mondo e di trovare un’identità. Bacon è anche mondano, eccentrico: conduce una vita dissoluta tra alcol, droghe e gioco d’azzardo. Tra i “reietti” di cui contorna la sua vita per sfuggire alla solitudine, c’è anche George Dyer: un ladruncolo, un disgraziato più abituato a stare in prigione che fuori, l’uomo destinato a diventare l’amante di Bacon per sette anni.

“Caro George”. Semplicemente seduto su una sedia – su cui rimarrà per la maggior parte dello spettacolo – Giovanni Franzoni si rivolge all’amante come se gli scrivesse una lunga lettera e comincia a confessarsi al pubblico. È l’ottobre del 1971 quando, alla vigilia di una mostra dell’artista, Dyer viene trovato morto in bagno, il corpo esanime in cui sono in circolo una quantità spropositata di medicine che gli avvelenano il sangue. Bacon ripercorre allora la sua storia d’amore intensa e travagliata attraverso le parole del testo meravigliosamente profondo di Federico Bellini. Un linguaggio poetico, intriso di carne ed erotismo, capace di penetrare le diverse sfaccettature del sentimento amoroso, anche quegli abissi più sommersi e taciuti che si nascondono dentro le sue pieghe: che sia la violenza, la rabbia o la competizione, quel labile confine tra amore e odio tipico di ogni relazione realmente complessa; la macabra euforia che deriva dal farsi del male a vicenda, essere dipendenti da quella sofferenza e non poterne più fare a meno. Una spirale di irresistibile masochismo sempre più forte che culmina nel suicidio, l’unica via d’uscita possibile.

Giovanni Franzoni riesce in modo appassionante nel difficile compito di restituire la complessità interiore dell’artista: pur nella sua rappresentazione di un’omosessualità leggermente affettata – tra Truman Capote e Oscar Wilde –, non cede allo stereotipo, ma arriva dritto all’essenza stessa delle parole, le fa aderire perfettamente alla sua voce e al suo corpo e le restituisce al pubblico in un’interpretazione coinvolgente e viscerale. È il ritratto di un Bacon egocentrico quello che ne esce: egoista, consapevole della sua superiorità eppure bisognoso disperatamente d’amore. È un esteta che riflette anche sulla sua condizione di artista e di quanto sia pericolosa l’identificazione tra arte e vita poiché, come afferma, “ogni trionfo porta sempre con sé la violenza”.

La vita di George Dyer si è fermata un giorno come la pallina di una roulette si ferma su un numero. A Bacon non rimane che buttare il vino rosso per terra nella disperata ricerca del suo amante, che ricordare i suoi ultimi istanti di vita prima del tragico epilogo; non resta che spogliarsi e simulare quasi le pose dei suoi quadri più famosi. E il suo nome è destinato a rimanere nella storia, insieme ai fantasmi di tutte le persone che lo amarono.

di Sarah Curati

foto di Brunella Giolivo

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