Interviste dal laboratorio di Agrupación Señor Serrano: Andrea Ciommiento

La parola ai partecipanti dei laboratori inseriti nel progetto La terra tremaIl tema diventa pretesto per raccontarsi, esprimere la propria prospettiva sul lavoro del workshop e sul mondo in cui vivono e lavorano.

Intervista a Andrea Ciommiento, dal laboratorio diretto da Agrupación Señor Serrano che lavora su Il delta del Niger.

Cosa ti ha fatto tremare durante il tuo percorso artistico e nei vari luoghi che hai attraversato?
Immagino che questa domanda sia riferita al laboratorio La terra trema: e tremare come immaginario è interessante.
L’incontro con dei maestri – in luoghi come la Biennale, dove realmente non guardi solo come è fatto lo spettacolo, non segui solo come partecipante dei laboratori – fa tremare, è qualcosa che ti appartiene nel momento stesso in cui lo fai. In uno spettacolo, quando sei spettatore, quel che ti fa tremare è quanto ti riguarda da vicino.
Ho visto alcuni spettacoli, realizzati in una determinata modalità, che mi hanno cambiato il modo di guardare il teatro. Cosa fa tremare è la possibilità di cambiare il proprio sguardo sulla scena, su come fare le cose per il teatro, nella creazione teatrale. Quindi il tremare è molto vicino alla possibilità di trasformare il proprio sguardo, di ribaltarlo: tutto il resto diventa invece solo spettacolo.
Poi, capita di incontrare molti artisti-maestri, ma non per forza questo fa tremare o cambiare il tuo percorso. Il tremare è collegato al ribaltamento di prospettiva che uno ha sulle cose che fa.

Quali suggestioni ti ha evocato il tema del workshop, Il delta del Niger?
Quando ho visto la presentazione del workshop ero proprio in Africa occidentale, sub-sahariana. Negli stessi luoghi dove, tra l’altro, Peter Brook ha scoperto quello che definisce ” il senso della direzione”: lì ha compreso come essere regista orientatore e non demiurgo. La cosa interessante è che quando ho letto la presentazione era affine a quei luoghi che stavo frequentando. Ero in Senegal, invitato dall’Alliance Française a tenere una residenza artistica di un mese con dei giovani attori africani. Tutto quello che evocava il Delta del Niger, solo simbolicamente nell’appello veneziano, riguardava invece concretamente quel continuo flusso di economie, di persone, soprattutto di interessi che noi stessi non riusciamo a capire finché non “tremiamo” nell’incontro con quella realtà. Alcuni di quei ragazzi con cui ho lavorato, sarebbero partiti per venire in Europa, anche a rischio di morire per arrivare qui.
Quindi, il Delta del Niger mi ha riguardato nel momento in cui mi sono confrontato con quel workshop in Africa Sub-sahariana. Ovviamente, con Serrano si lavora con qualcosa che va al di fuori del tema del flusso migratorio, affrontando una prospettiva più articolata. Però l’aspetto per me centrale è il ricordo vivido di quella zona dell’Africa.

Cosa ti fa tremare dentro e fuori il teatro?
La condensazione di vita, nel migliore dei casi, che avviene – dopo l’incontro con i maestri – con lo spettacolo: l’idea di mondo o comunque di creazione di quel mondo a sé che è lo spettacolo.
Quindi si trema quando, a teatro, senti che è “condensata la vita”. Penso a Grotowski quando evoca “la rivelazione di piccole verità”: non sappiamo se di Verità si tratta, ma c’è la rivelazione di alcune piccole verità.
Fuori dal teatro è interessante quando capiamo che non per forza tutto – almeno per chi fa teatro e ha l’ossessione di raccontare tutto con il teatro – è interessante. Nel mondo, nel quotidiano, le cose che fan tremare sono quelle che non devi raccontare per forza, non devi trasformare in linguaggio artistico per forza: c’è però, spesso, quest’ansia, questo vizio ossessivo, di raccontare quello che capita nel mondo, ma alcune cose sono interessanti perché non vanno necessariamente raccontate con un linguaggio artistico.

a cura di Elisa Enrica Marinoni

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