Interviste dal laboratorio di Milo Rau: Antonio Calone

La parola ai partecipanti dei laboratori inseriti nel progetto La terra tremaIl tema diventa pretesto per raccontarsi, esprimere la propria prospettiva sul lavoro del workshop e sul mondo in cui vivono e lavorano.

Intervista a Antonio Calone, dal laboratorio diretto da Milo Rau.

Cosa ti ha fatto tremare durante il tuo percorso artistico e nei vari luoghi che hai attraversato?
Quel che mi fa tremare, negativamente, è l’ingiustizia in tutte le sue forme, ma in particolare l’ingiustizia sociale. Penso alle persone che hanno poco o per nulla accesso alla cultura e che in Italia molto spesso vengono emarginate. Tutto questo accade anche in centri governati dalla cultura di sinistra, che è una cultura bella e profonda, ma spesso elitaria. In teatro c’è una “casta” di direttori, programmatori e manager culturali molto preparati, cresciuti in salotti di sinistra e che man mano si sono allontanati dal pubblico – magari senza volerlo – e alla fine il risultato è che il pubblico finisce per odiarli e boicottarli. A mio avviso si è creata una barriera fortissima, che ha generato anche una mancanza di ispirazione negli stessi artisti. Questo mi ha sempre disgustato: e a Napoli, la mia città, questa frattura è molto evidente, soprattutto tra le persone che si interessano di cultura e una massa di persone totalmente esclusa, sia per la loro pigrizia sia perché quella élite non vuole includerli. Ho cercato, nel mio piccolo contesto, di fare dei lavori che andassero contro questa tendenza. Ad esempio, ho preso parte, per diversi anni, ad “Arrevuoto”: un progetto fatto con gli adolescenti di Scampia, iniziato con Marco Martinelli, da cui è nata la compagnia Punta Corsara, composta da ragazzi di periferia e con cui collaboro come drammaturgo.

A Parigi, la città in cui vivo, la situazione è storicamente diversa. C’è stata un’epoca felice in Francia, in cui si è favorito l’accesso alla cultura per un grande numero di persone. Negli anni Settanta-Ottanta, in Francia ci sono stati molti interventi specifici sulla cultura, che coinvolgevano biblioteche, scuole, con attività pomeridiane di tutti i tipi, favorendo anche il decentramento. Questa educazione del pubblico ha portato i suoi frutti. Ora ci sono tantissime sale di spettacolo e, rispetto all’Italia, c’è un accesso più vasto alle iniziative culturali. Non mancano comunque problemi anche in Francia: molti direttori di teatro, molti registi, dall’ego spropositato, controllano buona parte del mercato. Ciò ha creato delle discrepanze esagerate tra pochi che hanno a disposizione dei budget favolosi ed altri niente. Insomma si tratta di un circuito potente ed impermeabile che genera dinamiche di “feudo” molto forti; in Italia viviamo più o meno la stessa situazione, forse con meno ‘feudi’.

Quali suggestioni ti ha evocato questa città, Venezia, nel contesto del laboratorio diretto da Milo Rau per La terra trema?
Questa città ha il potere della bellezza assoluta, che è un potere di ispirazione e di poesia ma anche un potere economico perché genera risorse attraverso il turismo. Quel che mi interessa è come e quanto la bellezza possa essere vista solo in modo superficiale.

Cosa ti fa tremare dentro e fuori il teatro?
Mi fa tremare, in senso bello, ritrovare la fiduccia nell’atto artistico e vedere persone che riescono ad essere libere e luminose nel loro atto di creazione.
La Biennale Teatro rimane un luogo dove poter vedere ed incontrare fisicamente artisti che presentano il loro lavoro ed incontrano il pubblico. Questo dà un po’ di fiducia nell’atto creativo: riusciamo a fare qualcosa di buono. Ed è bello vedere anche tutti i partecipanti al College così pieni di entusiasmo per la creazione teatrale. Certo, non va dimenticata l’altra faccia della realtà, quella della competizione, della vanità e dell’opportunismo.

a cura di Pía Salvatori

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