“Ma”: il dolore di essere orfani dei figli

MA è una sillaba semplice e polisemica nella lingua italiana: può significare “mamma”, e divenire un rifugio sicuro dalle intemperie di un mondo crudele nei momenti di fragilità; oppure può diventare una congiunzione avversativa che apre alla messa in discussione di certezze acquisite. Il monologo che Antonio Latella e Linda Dalisi hanno scritto per indagare la figura materna rimanda subito alla polisemia della sillaba che dà il titolo alla pièce.

 

MA è, infatti, un percorso drammaturgico che si muove su un doppio binario: da un lato ricostruire, attraverso la figura di Susanna Colussi, madre di Pier Paolo Pasolini, l’importanza nodale del poeta nel Novecento; dall’altro tessere un discorso ampio e profondo sul concetto per nulla definitivo di “madre”.

È un cammino su una strada sterrata quello cui conduce l’assolo di Candida Nieri, che attende il pubblico a sipario aperto, seduta al centro, offrendo alla platea il proprio profilo e il volto a una parete di lampade che diventano fari scrutatori di una verità dolorosa. Un tragitto che compirà quasi sempre seduta o addirittura accovacciata, indossando scarpe nere eleganti ed esageratamente grandi che ne impediscono il movimento, e con la bocca attaccata a un microfono in cui si potrebbe leggere un simbolo del cordone ombelicale.

La drammaturgia segue la partitura di un dolore ancestrale: quello della madre che sopravvive al figlio. Il riferimento biografico a Susanna Colussi è solo un punto di partenza perché, lungi dal voler fare una ricostruzione letteraria e filologica della vita di Pier Paolo Pasolini, la madre del titolo diventa soprattutto emblema di una presenza essenziale, eppur difficile da definire.

Candida_Nieri_ph_Andrea_Pizzalis_per_Centrale_Fies

La sofferenza e il risentimento della madre di Pasolini dominano la scena. La donna in un crescendo drammaturgico maledice se stessa per aver, con la propria educazione, condotto il figlio a una pericolosa ricerca della verità, e in ultima battuta maledice lo stesso figlio proprio nel momento in cui lo piange. 
Brevi cambi di prospettiva, e per pochi minuti Candida Nieri, da figura materna, diventa personaggio filiale con anafore (“Mi stanno uccidendo ma”) che rivelano la fragilità di chi sta per congedarsi, suo malgrado, dalla vita.

Quasi seguendo una gradualità, dopo la madre ed il poeta, in scena fanno il loro ingresso i “figli” di Pier Paolo Pasolini: i suoi film, i suoi romanzi, i suoi scritti, in un’elencazione delle opere censurate, denunciate, distrutte. E poco dopo ci sono gli estratti audio di Mamma Roma e de Il vangelo Secondo Matteo in cui si percepisce la voragine culturale dell’Italia di allora e di oggi.

Antonio Latella tocca le corde dell’emotività portando in scena un lavoro intenso, intimo, profondo, puntando sulla fisicità dell’interpretazione di Candida Nieri che non risparmia saliva e sudore per urlare la disperazione di una madre che diventa “orfana del figlio”, non esita a mostrare i muscoli, tesi e contratti dalla sofferenza. Una madre in cui si riconosce la nostra Italia, e forse qualcosa in più.

di Laura Timpanaro

foto di Andrea Pizzalis per Centrale Fies

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