Giorni critici

Questo è stato il nostro “esito”, la nostra performance quotidiana.
In un laboratorio di scrittura critica e social media, un blog diventa il nostro spettacolo, che ha per scenografia wordpress, per drammaturgia facebook e per colonna sonora twitter.
Anche da noi, come in buona parte degli spettacoli visti in questa Biennale, si è fatto uso della telecamera (e delle fotografie). Il video è stato non solo documentativo, ma anche di apertura per delle “testimonianze” brevi, in forma d’interviste ai laboratoristi, che hanno contribuito non poco a raccontare il clima di questi giorni.

Da qualche anno a questa parte, la Biennale Teatro dà spazio ad un laboratorio di critica. È un segno preciso, direi importante (non certo perché ci coinvolge!): un’istituzione culturale pubblica si fa carico di sviluppare e favorire il pensiero critico.
Ecco il nodo: penso sia quanto mai urgente, nel nostro Paese annichilito da decenni di “pensiero semplificato”, provare a rilanciare un approccio più articolato, nelle forme del dubbio sistematico, della domanda continua, della discussione positiva.
Non accontentarsi di quel che ci viene detto: si tratta, anzi, di continuare a rilanciare, a interrogare quell’oggetto oscuro che è l’evento scenico.
Ogni spettacolo, quando vale, è un’opportunità per svelar quello che siamo, quanto stiamo vivendo. Lo diceva Flaiano: il teatro illumina le nostre autobiografie.

Nella Biennale 2015, poi, abbiamo avuto lavori dal forte afflato politico e sociale, tali da suggerire sguardi, prospettive inedite, sul reale. Nell’eterna dialettica realtà/finzione, ovvero vita/teatro, mi pare, in definitiva, che ci siano proprio due filoni, due correnti di pensiero: il primo forse “militante”, legato agli scottanti temi del presente più o meno attuale (emblematico, ovviamente, Hate Radio di Milo Rau); il secondo più analitico-esistenziale, dalla cifra più intimista e spesso poetica, legato com’è al disagio personale, addirittura spirituale. Però si sa, dall’io scaturisce il “noi”, dunque il passo dal privato al collettivo è breve.
Su una prospettiva simile ci siamo mossi, con Anna Pérez Pagès e Roberta Ferraresi, nel workshop di critica. Dall’io al noi: lavorando sul singolo per creare un gruppo, una “redazione”.
Ci siamo, spero, riusciti, anche grazie all’entusiasta e articolata risposta dei partecipanti al workshop, che voglio ringraziare, tutti e ciascuno.

Nei primi giorni abbiamo catapultato i giovani laboratoristi (10, provenienti dall’Italia e dall’estero) in un ritmo frenetico e concreto di lavoro: quasi senza indicazioni, osservandoli un po’ da lontano, li abbiamo invitati a scrivere, recensire, gestire i social, intervistare. Tre giorni di lavoro a ritmi forzati.
Poi abbiamo tirato il fiato, fatto un passo indietro: abbiamo ripreso le fila del discorso, anche teorico, e approfondito gli aspetti salienti del fare critica oggi.
Cosa vuol dire essere “critici”, “re-censori”, “osservatori dello spettacolo”? Come si scrive un articolo?
Consapevoli che le regole (stilistiche) si devono conoscere per poi superarle, continuiamo anche a porci queste domande, a valutare l’evoluzione (o l’involuzione) della pratica critica, a riflettere sugli strumenti della comunicazione e del confronto con gli artisti.

Così come ci siamo domandati – e continuamente ci domandiamo – come rinsaldare il rapporto con il lettore-utente, come ravvivare il dialogo e la comunicazione anche grazie al web: per chi scriviamo? Chi ci legge? Chi commenta e come i nostri articoli? Il lettore, l’altro estremo di un triangolo virtuoso formato dalla scena e dalla critica, è il riferimento costante, che implica riflessioni importanti sul linguaggio, sullo stile, sulla forma e la natura della “cronaca” teatrale. Sono temi mai veramente risolti, in continua evoluzione, sui quali vale la pena riflettere.
Lo facciamo con giovani e giovanissimi studiosi, giornalisti, aspiranti critici, traendo noi docenti nuove ispirazioni da loro.
Si instaura un confronto fruttuoso tra riferimenti culturali e punti di vista (generazionali) che raramente coincidono: quel che “piace” a me, generalmente non scalda i cuori dei laboratoristi, e viceversa.
Divertente, no?

Nell’eterna soggettività della critica – quella dell’obiettività è una leggenda metropolitana – cerchiamo comunque di iniettare dosi di passione, di entusiasmo, di curiosità. E di deontologia: strana parola, difficile pure da pronunciare nell’Italia di oggi, che implica essere seriamente rispettosi degli artisti, di svolgere al meglio il proprio (strano) mestiere di testimone di quanto accade in scena. Rivendichiamo l’analisi, la valutazione e il giudizio come passi necessari del fare critica, sostenendo una posizione – da molti negata – che vede nel “giudizio”, articolato, strutturato, approfondito, l’elemento chiave: senza giudizio non vi è critica. Ce ne assumiamo la responsabilità.
Forse queste “lezioni”, questo affondo full time, per dieci giorni, nel miglior teatro internazionale, questa pratica di scrittura sistematica serviranno a qualcosa: molti, di questi laboratoristi cambieranno strada, altri forse insisteranno.

Se oggi in Italia è difficile fare teatro, figuratevi cosa possa voler dire fare critica. Noi insistiamo e magari, chissà, pian piano da questi giovani arriveranno codici, modalità, pensieri capaci di continuare lo sfiancante, eppure bellissimo, lavoro della critica: stare in platea, pronti a recepire le mille meraviglie del palcoscenico, incontrando gli attori e i registi, senza i quali – ammettiamolo – noi spettatori di professione non avremmo molto da fare…

di Andrea Porcheddu

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