INTERVISTE DAL LABORATORIO DI CHRISTIANE JATAHY: CARLOTTA PLEBS

La parola ai partecipanti dei laboratori inseriti nel progetto La terra trema. Il tema diventa pretesto per raccontarsi, esprimere la propria prospettiva sul lavoro del workshop e sul mondo in cui vivono e lavorano.

Intervista a Carlotta Plebs, dal laboratorio diretto da Christiane Jatahy che lavora sul Mediterraneo.

Cosa ti ha fatto tremare durante il tuo percorso artistico e nei vari luoghi che hai attraversato?
Io sono innanzitutto danzatrice, e coreografa dei miei progetti; solo da qualche anno ho iniziato un percorso attoriale. Mi fa tremare l’eventualità di non avere di che mangiare, domani: soprattutto qui in Italia. Questo mi fa tremare, e ha fatto tremare la fiducia in me stessa, la mia autostima. In questo momento stiamo tutti tremando, eppure non reagiamo, forse anche perché, pur essendo iperconnessi, non siamo in grado di stabilire alcun legame a livello personale, non riusciamo ad avere uno di scambio di idee o di opinioni, o di aggregarci su un tema preciso… Nel mio settore, quello artistico, non sappiamo in quale direzione ci stiamo muovendo, cosa stiamo facendo e perché. Essere artisti significa non potere vivere senza comunicare… Ma oggi cosa vogliamo comunicare? La terra trema è proprio questa insicurezza, della quale siamo in parte colpevoli: non siamo abbastanza forti per affermarci, per dire veramente la nostra opinione. Anche nella letteratura e nella poesia contemporanee, per esempio, non c’è questo grido, questa urgenza di cambiare le cose. Siamo in una specie di bolla.

Quali suggestioni ti ha evocato il tema del workshop, Il Mediterraneo?
Immaginavo che il tema comprendesse il discorso sull’immigrazione, la stringente attualità dei naufragi sui barconi. E tuttavia per me il Mediterraneo è anche un luogo bellissimo: non a caso in questo laboratorio dono la mia voce a una persona cara, un’amica che abita in Grecia da vent’anni e che nonostante la crisi non vuole tornare in Italia. In Grecia la qualità della vita è migliore, e riusciranno a superare questa crisi. Certo è un momento difficile, ma se la caveranno.

La terra trema per me significa che siamo arrivati davvero a una soglia, a un limite: stiamo per cadere giù, e non ce ne rendiamo conto. Siamo completamente incoscienti e un po’ assenti, come se non comprendessimo ciò che accade in questo momento. Proprio oggi ha fatto naufragio l’ennesimo barcone, e anche su questo abbiamo riflettuto durante il laboratorio con Christiane Jatahy, su quanto a lungo andrà avanti questa ecatombe… Noi non conosciamo né il passato di queste persone né il loro futuro, ma soltanto il loro presente: e il loro presente è che sono morti. Sono morti, e noi non abbiamo più alcuna reazione. I media ci hanno abituato alla quotidianità di questa tragedia, e da un certo punto di vista noi recepiamo questa notizia, ci limitiamo a commentarla con un «Eh, sì… Poverini…», e poi passiamo ad altro. È il totale annullamento dell’empatia verso l’altro come essere umano, dove non conta la razza o il colore, ma soltanto il fatto che una persona sia morta annegando in mare. Se siamo arrivati a ciò, è finita: se non si ha più la consapevolezza di una vita, della vita dell’altro, è finita.

Cosa ti fa tremare dentro il teatro?
Vedo spesso negli spettacoli una mera rappresentatività, non l’esigenza di narrare qualcosa che sia attuale. Magari tremasse davvero, la terra, anche nella danza e nel teatro… Ormai si trema soltanto per il “dio denaro”, per i tagli del Ministero, per i soldi che il Mibact dà o non dà alle compagnie, al punto che si vorrebbe smettere… No, bisogna andare avanti, bisogna continuare: so che è difficile, ma bisogna crederci e andare avanti.

a cura di Alessandro Iachino

foto di Carolina Farina

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