“Pinocchio” e la metamorfosi del corpo

“Uscire dal coma, perdere il passato, non trovare il futuro, essere Pinocchio, burattini senza fili”.
Sul fondo della scena troviamo un uomo seduto, solo dei pantaloncini mettono in risalto una pancia abbondante e un finto naso lungo applicato lo rendono un “Pinocchione”. Nel mezzo sono posizionate tre sedie, dove pian piano salgono tre persone, tutti a petto nudo. Il primo è Paolo Facchini, dopo di lui con passo claudicante, arriva Luigi Ferrarini, che indossa un costume da mare e un’imbracatura, l’ultimo a salire è il giovane Riccardo Sielli.


Una voce fuori campo intervista i tre uomini. Si tratta del regista, che da buon burattinaio tira le fila dello spettacolo e dirige quello che sembra un provino di tre aspiranti attori. Scopriamo che si tratta di uomini accomunati da un trauma: un grave incidente li ha fatti vivere in stato di coma, ma ora sono pronti a mettersi “in gioco” a teatro. I tre uomini hanno vissuto in uno stato di “stand by” e del protagonista “Pinocchio” conservano la legnosità e la rigidità dei movimenti, lasciti nefasti del trauma che li ha colpiti: mostrano la loro fragilità corporea, ma con una forza di spirito e una verve comica che disarma e emoziona il pubblico. Davanti alle difficoltà che la vita ha imposto loro, hanno saputo reagire, ognuno a proprio modo; e le domande del burattinaio permettono loro di raccontare sia il loro passato sia i desideri futuri. Tutti e tre sono in cerca della fata turchina, che però nessuno si immagina con i capelli azzurri. Attraverso la descrizione della loro donna ideale si delinea la personalità dei vari attori: Paolo il più maturo cerca una donna generosa, Ferrarini vorrebbe dar sfogo alla sua sessualità, mentre Riccardo gioca a fare il playboy della riviera romagnola. L’espediente delle domande permette ai protagonisti di raccontare la loro vita prima del coma, ma anche lo stato di sonno profondo, il momento del risveglio e il post-coma. Tutto ciò mostra la differenza tra realtà e finzione: nei film il protagonista si risveglia e ricomincia la sua vita come se nulla fosse successo. Ma sfortunatamente non è così facile. Gli attori, attraverso i vari excursus, accennano ai vari mesi di terapia, di recupero della memoria, di riabilitazione motoria e psichica. Hanno ritrovato se stessi, attraverso il loro passato, hanno messo in luce l’importanza della ri-scoperta per arrivare a capire quello che vogliono diventare, tenendo in considerazione lo shock che corpo e mente hanno subito. Hanno fatto i conti con i fantasmi del passato, con la nebbia che aveva offuscato i loro ricordi e con la difficoltà di tornare a compiere i gesti quotidiani. Per farlo hanno usato il teatro, hanno sfidato i loro limiti attraverso i momenti più emblematici della fiaba di Collodi, come la scena di Pinocchio nel paese dei Balocchi che si trasforma in ciuchino, interpretata da Paolo che mostra la metamorfosi del burattino in animale, lo stesso cambiamento che ha subito per riappropriarsi del suo corpo.
Il teatro riassume la sua funzione originaria: catartica, dove la messa in scena delle emozioni è terapeutica. Si tratta di un teatro in grado di riflettere le varie sfumature della vita attraverso i vari registri, di fare provare pathos grazie alla sua semplicità, senza però mai cadere nel pietismo. Ed è proprio il teatro che ha permesso a questi uomini di confrontarsi con il proprio doloroso passato e di andare oltre. Anche le colonne sonore aiutano lo spettatore ad entrare nel vivo dello spettacolo. Il repertorio passa da Patience dei Guns’N’Roses ai Beatles con Yesterday : “Suddenly I’m not half the man I used to be, there’s a shadow hanging over me”… per concludere con Vasco Rossi, Voglio una vita spericolata. L’immagine di Pinocchio è perfetta: dipinge un pezzo di legno che prende vita e la vita che diventa pezzo di legno.

di Elisa Enrica Marinoni

foto di Marco Caselli Nirmal

 

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