Tempo al tempo: al via la Biennale Teatro 2016

Bisogna riflettere sul Tempo, qui a Venezia: capire come passa, come scorre lento. La città detta i suoi tempi, le sue accelerazioni, le dilatazioni, le distanze.
Ma, anche a Venezia, il teatro – come in ogni spettacolo che si rispetti – regola ulteriormente lo scandire del tempo. Nel tempo sospeso di Venezia c’è il tempo relativo del teatro.
Un tempo dentro il tempo.
In epoche di performatività espanse e spesso banalotte o ripetitive, estreme o decadenti, visionarie o immaginifiche, trovare degli artisti, dei Maestri, che si confrontino con la materia viva del corpo e della voce, del testo e dello spazio, attraverso la pratica laboratoriale, significa ri-trovare un tempo altro: quello della bottega, dell’apprendimento fatto con l’incontro e lo scambio.


I gesti, i tempi, le forme narrative, restituiscono al teatro un ruolo centrale di pensiero, di creazione condivisa.
Scrive Giorgio Agamben: «poeta è colui che nella parola genera la vita (…) l’unità di poesia e vita non ha, a questo livello, carattere metaforico: al contrario, la poesia ci importa perché il singolo che, nel medio della lingua, esperisce questa unità, compie, nell’ambito della sua storia naturale, una mutazione antropologica a suo modo altrettanto decisiva di quanto fu, per il primate, la liberazione della mano nella stazione eretta, o, per il rettile, la trasformazione degli arti che lo mutò in uccello». Belle suggestioni… E perché non applicarle al teatro?
In questi primi giorni si sono già affacciati alla Biennale alcuni Maestri: i fantastici protagonisti del Baro D’Evel Cirk, Toni Servillo, Martin Crimp, Pascal Rambert e tra poco Roger Bernat e Yan Duyvendak. Poi i Leoni: Declan Donnellan e Babilonia Teatri.
Sguardi diversi, prospettive diverse, immagini diverse.
E se l’oggetto di una ricerca artistica è il tempo, la prospettiva creativa non potrà non tenere conto del peso del passato (il fardello del confronto), non potrà non sentire il presente (il teatro in quanto atto comunicativo simultaneo tra emittente-attore e ricevente-spettatore) e non potrà non pensare in prospettiva futura (dove spinge quella ricerca? Cosa rimarrà nella fugace memoria dello spettatore?).
Secondo Agostino di Tagaste il tempo era “distensio animae”: nelle Confessioni, il santo-filosofo racconta il suo percorso verso la fede come un lungo e difficile viaggio all’interno del Sé. In questa prospettiva, il Tempo si svela come «durata nella coscienza e per la coscienza» ovvero nella consapevolezza che si acquisisce.
E come non definire, con una piccola forzatura, il lavoro del teatro – o come ha detto Toni Servillo: il teatro al lavoro – come una “distensio animae” dei laboratoristi coinvolti nel progetto formativo di Biennale Teatro?
Il filosofo-sinologo François Jullien, nel suo saggio Sul tempo, apre ad una visione ispirata alla cultura cinese, legata più al momento che non all’eternità, al divenire costante, al mutamento impercettibile eppure presente: per Jullien la durata è intensa esperienza sensoriale di ciò che diviene incessantemente. Kairos, dicevano i greci: il tempo opportuno. Questo caldo agosto veneziano, questo tempo sospeso e esteso, è un tempo opportuno. Per capire, per studiare, per vivere il teatro. Lo spirito della Biennale diretta da Àlex Rigola in questi anni è impregnato di una sapienza antica: di curiosità, di condivisione, di studio. Gli spettacoli, anche nell’edizione 2016, sono di altissimo livello: ma quel che preme è fermare il tempo, interrompere la continua corsa che ci vede (marginali) protagonisti, e ricominciare a parlare, a capire, a vivere il teatro. Proveremo a raccontarlo qui, sul blog BiennaleTheatreCommunity, intercettando quei pensieri, quei gesti: i momenti di un teatro ancora in divenire. E se pure va tanto di moda la parola “distopia”, noi continuiamo a preferire quella – splendida e antica – che è Utopia. Insomma, preferiamo insistere e sognarlo, il teatro, pensando al futuro. Perché, come ha detto Declan Donnellan: «La funzione della vita non sta nel realizzare i nostri desideri. Ma nel desiderare stesso».

di Andrea Porcheddu

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