“Please, continue (Hamlet)”: recita del tribunale o tribunale della recita?

I palinsesti televisivi hanno abituato negli ultimi vent’anni i loro pubblici a fare esperienza di formati spettacolari che mescolano fiction e vita reale, dispositivi ludici e generi contrastanti. L’infotainment, per esempio, innesta all’interno del programma di informazione schemi appartenenti allo show di intrattenimento, l’emotainment integra allo show l’emotion dei romanzi letterari.

Accade così anche a teatro – come in Please, continue (Hamlet) di Roger Bernat e Yan Duyvendak – che lo spettacolo diventi incubatore di un evento basato su elementi estratti da «un caso reale molto sconosciuto» e «un caso fittizio molto conosciuto» – l’Amleto shakespeariano – sovrapposti in modo da confondere i limiti tra due fonti assai diverse tra loro.

Legate dal comune denominatore di un assassinio, le due partiture combinate, infatti, altro non sono che il pretesto per inscenare un processo giudiziario che vede Amleto reo dell’assassinio di Polonio, con la possibile attenuante dell’incapacità di intendere e di volere. Mescolati i documenti dai due artisti in maniera tale da comporre un dossier, il materiale prodotto viene inviato tre settimane prima dello spettacolo a professionisti, non del teatro ma del “tribunale”: un avvocato, un pubblico ministero, un medico legale, un giudice, uno psichiatra forense, una cancelliera (in ordine, in questa occasione, Marco Vassallo, Stefano Buccini, Valentina Meneghini, Antonio Rizzoli, Patrizia Camilli).

Tutto ciò che avviene in scena accade per la prima volta senza che i legali abbiano mai effettuato prove. Accanto a queste figure non teatrali nel ruolo di se stessi, in scena recitano attori professionisti che interpretano personaggi del “caso fittizio” chiamati a testimoniare (Benno Steinegger nel ruolo di Amleto, Francesca Cuttica in quello di Ofelia, e Cinzia Morandi nei panni di Gertrude). Alla fine dello spettacolo, il verdetto viene influenzato dalla presenza di spettatori sorteggiati per esprimere il proprio giudizio, aprendo di conseguenza la performance a una riflessione sul valore non assoluto della giustizia e sull’impossibilità di stabilire una verità certa.

Solo dal connubio di due menti brillanti poteva nascere un simile dispositivo scenico: Roger Bernat, direttore artistico della compagnia catalana FFF (The Friendly Face of Fascism), ha iniziato Barcellona a un nuovo tipo di teatro dai risvolti partecipativi, ma non come, in qualche modo, durante la seconda metà del Novecento avevano cominciato a fare nella stessa Catalogna compagnie come Els Comediants, Els Joglars e La Fura dels Baus, cercando il coinvolgimento fisico, il contatto con una parte di spettatori. Nel teatro di Bernat lo spettatore ricopre una funzione indispensabile al compimento stesso del fatto scenico: «il fine», come ha dichiarato Roger Bernat durante l’incontro con il pubblico all’indomani della performance di Please, continue (Hamlet), «non è far provare agli spettatori la sensazione di essere una collettività, ma offrire loro la possibilità di esperire il dubbio insito all’interno del meccanismo scenico», senza sapere come andrà a finire; se, alla fine di tutto – tornando allo spettacolo in questione – il verdetto della corte risponderà o meno alle aspettative. Yan Duyvendak, invece, live artist e videoartista olandese insediatosi tra Ginevra e Marsiglia, dal 1995 in poi ha spesso indirizzato la sua ricerca verso l’ibridazione tra generi differenti. Le sue opere sono state esposte e molto apprezzate nelle gallerie d’arte, come dimostra anche il riconoscimento “Swiss Art Award” ottenuto per ben tre anni di seguito (2002, 2003 e 2004).

Con Please, continue (Hamlet), i due hanno fissato su carta i presupposti per un’esperienza straniante, dove la realtà, incarnata nella presenza dei professionisti del tribunale, «viene fatta entrare nel teatro allo stesso modo in cui il teatro viene usato come specchio del reale», per riprendere ancora le parole di Bernat.

Ma dove comincia il teatro e dove inizia, invece, il “tribunale”?

Non ci sono musiche o effetti visivi. L’unico elemento scenico sbilanciato verso il teatro è la presenza di uno schermo in fondo a destra, che, connesso a una videocamera, mostra il primo piano dei personaggi chiamati a narrare la propria versione dei fatti, a descrivere la relazione personale con l’imputato. Il pubblico ministero indugia su dettagli che inizialmente sembrerebbero poco utili a far assumere una posizione; la difesa appare più abile nel compiere il suo dovere e punta allo show, al coinvolgimento emotivo, facendo pendere la performance verso la sua natura spettacolare. Perché, in fondo, per difendere un assassino bisogna essere particolarmente votati alla recita, mettere in pratica i segreti dell’ars oratoria, e anche saper tendere un po’ verso quel paternalismo tipico dei nostri talk show. E più la difesa è abile nel sottolineare la sua “finta” compassione, più la performance ne guadagna: le reazioni dello spettatore si manifestano con risate e applausi, proprio quando la realtà sconfina nella finzione e la finzione diventa pretesto per la realtà; quando gli esperti, cioè i non attori, dichiarando per esempio di aver preso alla lettera il dossier, spettacolarizzano il fatto stesso di aver accettato di prendere parte alla messinscena in virtù del loro ruolo professionale.

E proprio perché l’esperienza sconfina da un polo all’altro, dal teatro al tribunale, le sensazioni dello spettatore oscillano, analogamente, tra coinvolgimento emotivo e la noia: ci si trova ad assistere a un evento che per metà della sua natura asseconda una forma estetica – o comunque di entertainment – e, per l’altra metà, risponde costantemente al dovere di dimostrare una posizione, di far emergere la presenza di un reato, di un movente o di un’attenuante. Di provare a estrapolare una verità.

Ma si può definire verità un giudizio incerto e mai uguale a se stesso?

E qui, tra i due poli, la domanda si rivolge non al teatro, ma al tribunale; perché anche in questo caso, purtroppo, l’unica verità certa risiede nell’impossibilità di una sua deduzione.

di Renata Savo

 

ALTRI POST: 
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